Le forme dell'addio amoroso

L'amore è la forma più intensa d'interazione fra due persone: genera senso e configura nuove prospettive emotive e psichiche per i partner. Naturale, quindi, che la fine di una relazione rappresenti, sia per chi lascia sia per chi è lasciato, un trauma dalle mille implicazioni.

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Sono molto contenta di parlare dell’addio amoroso, un processo doloroso che va gestito in maniera puntuale e preso molto seriamente. Nel 2007 ho scritto un libro su questo argomento (Le forme dell’addio, Castelvecchi) e nel blog che tengo per Io Donna – il femminile online del Corriere della Sera – spesso dialogo sui dolori derivanti dall’abbandono. Intendo parlare di chi abbandona e se ne va e di chi “resta al palo” sentendosi disperato; dirò di dolore e sofferenza, dell’inevitabilità di ferirsi e ferire nelle relazioni d’amore.

Le storie di abbandono sono tutte uguali? Non è uguale se lasciamo o veniamo lasciati, se l’addio è concordato oppure accade all’improvviso come un fulmine a ciel sereno; è diverso se è stato annunciato, se veniamo ingannati, oppure lasciati piano piano in un rapporto che si andava sempre più deteriorando; se il partner è morto o più felice altrove. È diverso se siamo convinti della scelta, seppur doloranti; se siamo stati umiliati oppure costretti a lasciare l’altro, che ha sottratto sempre più al rapporto e lo ha utilizzato come “vomitatoio” delle proprie insoddisfazioni.

Distacco, abbandono, perdita, separazione, fine, fuga, crisi, rottura del legame, sono tutti costrutti diversi, le sfumature che li differenziano sono sottili. La realtà vissuta è specifica ad ogni storia, le emozioni che emergono ne sottolineano l’unicità e danno il sapore delle differenze. Ogni caso è una narrazione a sé che spesso viene trasformata in un evento pubblico, condiviso con gli amici, per poterne elaborare il dolore e precisarne sempre più le sfumature emotive.

Quante serate tra donne a parlare di uomini che se ne sono andati o che se ne vanno ogni giorno, sempre più distratti! Oggi, però, abbandonano anche le donne, le quali chiudono una relazione che non funziona perché pretendono di più; lasciano e sono più capaci degli uomini di farlo definitivamente e di restare sole prima di entrare in una nuova storia.

Oggi si cerca di soffrire poco per amore, si ha paura di questa sofferenza, come se procurasse troppo dolore. Molti giovani preferiscono rimanere in una sorta di limbo, non attaccarsi al partner, vivere nel mito dell’autonomia: hanno fatto dell’indipendenza un progetto di vita e hanno separato la sessualità dall’impegno; si incontrano in una monogamia seriale che pretende che l’abbandono sia “leggero” e poco sofferto.

Vivono una vita fatta di nuovi inizi, in cui diventa importante saper voltare pagina senza troppa sofferenza, con facilità: una vita scandita da fini rapide e indolori, che portano a inevitabili nuovi incontri. Ciò che conta sono la velocità e l’intensità più della durata. La continuità ha lasciato spazio alla possibilità/necessità di cambiare vita. Questi giovani non soffrono troppo, perché si difendono dalle emozioni. Intendo descriverne alcune tipologie.

C’è chi passa da una storia a un’altra e utilizza il copione della fuga come modalità di vita. Sono persone che lasciano “per professione”, con leggerezza; soffrono quando si sentono bloccate nella relazione e trovano mille ragioni per la fine di ogni storia. Hanno bisogno di andarsene per ritrovare se stesse e riescono a vivere solo rapporti leggeri e veloci. Sembrano dei cavalli al galoppo che non riescono a fermarsi mai.

C’è chi investe poco in amori mai paritari, mettendo in piedi relazioni tirchie, scarne, che partono grandiose e perdono troppo presto l’abbrivio. Entrano in storie molto passionali, per poi andarsene accusando l’altro di non essere riuscito a trattenerli. Si accontentano di dosi omeopatiche di rapporto, sembrano gamberi che camminano all’indietro invece che andare avanti.

C’è chi non resiste al sorriso di una nuova possibile conquista e anziché andare a vedere con discrezione, mette tutto in discussione e va via, sperando che la porta resti aperta e che sia possibile tornare se l’esplorazione non porta alla perfezione che si sperava di raggiungere, se l’idealizzazione viene nuovamente delusa. Sembrano topi veloci in un labirinto che esplorano ogni vicolo in cerca dell’uscita.

Stiamo parlando di chi lascia. Vorrei affrontare ora il dolore di chi viene lasciato, maschio o femmina che sia.

In realtà si soffre ancora per amore, non è vero che siamo immunizzati e che il processo è facile; è vero però che attorno ai rapporti si accumulano ambivalenze immense: il desiderio di legarsi e la voglia di sentirsi liberi, la necessità di sicurezza da una parte e la fame di nuovi stimoli dall’altra, per difendersi dalla routine. Non a caso, è stato teorizzato che la crescita delle aspettative sulla coppia aumenti la percentuale dei divorzi.

Vorrei pertanto procedere facendo una distinzione tra separazione, abbandono e perdita, premettendo che alcune persone vivono ogni allontanamento come un addio – e per questo ogni distanziamento diventa traumatico, in quanto diventa il ricordo di altre partenze e di altre lontananze, immagini dell’infanzia, dei genitori che se ne andavano, magari senza preparare il distacco e senza rassicurare sul ritorno; oppure che amavano “male” e non hanno mai davvero accolto emotivamente il figlio e non hanno permesso la dipendenza da loro.

In questi casi ogni distacco può apparire come una lacerazione, la perdita inesorabile dell’altro, ma anche di sé. L’angoscia da separazione è comune a quasi tutti gli esseri umani, è preventiva ed è diversa dal dolore per la perdita che si proverà quando l’allontanamento diventerà reale. 

LA SEPARAZIONE

La separazione è un'esperienza archetipa e sono molti i passaggi da una fase all’altra della vita che si svolgono all’insegna della separazione. In amore la separazione ha un duplice significato: 1) distanza temporanea; 2) decisione condivisa di allontanarsi.

È comunque un processo di cui la coppia può parlare, in cui l’altro continua ad esistere e non viene annullato con un colpo di spugna. Ci si separa ad un treno, per fare vacanze appunto separate, per rincontrarsi dopo ore o mesi a seguito di una pausa amorosa, per una crisi temporanea o definitiva per decisione condivisa, comunque sempre sofferta.

Ogni crisi è endemica ai rapporti, sottolinea un’occasione per trasformare priorità e desideri, per cambiare gli equilibri della coppia, per rimarcare che non si rimane sempre uguali.

Ci sono persone che fanno della separazione il leitmotiv della loro relazione: la possibilità di separarsi le rassicura, come se avallasse la possibilità della libertà nello stare insieme. Le coppie “a fisarmonica” – vicine e lontane a momenti alterni – traggono da questa danza il vantaggio di avere spazi di autonomia.

Altri, invece, vivono ogni separazione come una tragedia, come se ogni allontanamento fosse l’ultimo, quello definitivo, e il dolore continua a riproporsi ogni volta, come se fosse la prima volta.

Interessante come il tradimento non costituisca più un tabù e raramente costituisca una ragione valida per separarsi. Sia gli uomini che le donne hanno imparato a comprendere, accettare, a non andarsene sdegnosi e offesi per aver subito un affronto personale.

Neppure possiamo parlare di abbandono quando si separa una coppia clandestina, quando per esempio uno dei due, già accasato, decide di tornare in famiglia. Ambedue sapevano molto bene che nel contratto era sottintesa l’incognita della possibile separazione; il rapporto era nato con un’impossibilità endemica, anche se l’onnipotenza dell’amore faceva credere ad uno dei due – oppure a entrambi – che ogni ostacolo sarebbe svanito d’incanto.

Parliamo inoltre di separazione “tacita” quando due persone pur stando insieme si sentono spente, annoiate, quando mancano energia e curiosità reciproca, quando l’investimento è assente, quando ci si condanna reciprocamente alla solitudine. Quanti ménage sono organizzati da due persone che si considerano nemiche e convivono nell’infelicità, per ragioni psicologiche, sociali, economiche, per remore individuali, religiose, sempre con una grande dose di paura, di astio e di insoddisfazione.

Se l’idea di separarsi è comune, parliamo di una fine che può essere definitiva. Può accadere perché il rapporto si è spento, come una candela in cui tutta la cera si è consumata, altre volte perché la quotidianità, la lontananza o la sofferenza sono diventate intollerabili. Si tratta della perdita reciproca, un processo a volte molto lungo, riflessivo, svolto individualmente oppure condiviso con altri.

Quando invece la separazione non è una decisione scambievole, quando è improvvisa, unilaterale e non concordata, parliamo di abbandono

L’ABBANDONO

Alcuni addii sono improvvisi e lasciano silenzio e vuoto. L’abbandono è spesso inaspettato, voluto da uno solo dei due, subìto, irrevocabile. Uno dei due ne è il protagonista e dice all’altro: «Tu per me non esisti più». Spesso racchiude in sé una inevitabilità che annienta il futuro e attualizza una decisione presa prima che l’altro se ne accorga. Si tratta della fine del dialogo.

È una perdita di equilibrio, una catastrofe. Uno dei due si fa attivo, matura la certezza che il rapporto non funziona più, oppure desidera troppo fortemente trovarsi altrove e decide di cambiare le cose; l’altro è costretto ad adeguarsi alla decisione e viene cancellato, si sente crollare il mondo addosso. Questo momento non è necessariamente razionale né è giustificato; a volte è la somma di tutte le scontentezze precedenti, altre volte è la semplice decisione di dire basta. L’altro se ne va, lasciando l’altro innamorato e sofferente.

La narrazione non è più condivisa, i destini si separano, lo spazio e il tempo non sono più gli stessi per tutti e due. Un abbandono è un evento che produce un vuoto di senso, è una violenza, è la cancellazione di sé e il ritorno alla solitudine. Uscire da una storia importante implica violenza: è crudele chi lascia (silenzio, parole dure, accuse), è crudele anche chi è lasciato (ripicche, ricatti, critiche, squalifiche).

Perché ci si fa così male? Perché l’abbandono è una pretesa, un enunciato di dove ci si trova e dove si intende andare, che non include più l’altro; è definitivo. Fa sempre male; a volte non terribilmente perché il tipo di rapporto, l’età dei protagonisti, le difese in atto, le esperienze passate, la cultura in cui vivono, le possibilità che si dischiudono lo rendono una tappa nel processo di vivere.

Non esiste comunque una gomma per cancellare e l’abbandono non è un azzeramento, non si ricomincia da capo come se quella storia non fosse mai esistita. Ogni storia lascia un segno, mostra delle cicatrici, ha permesso degli apprendimenti e una crescita nella consapevolezza di ciascuno dei partner. Abbandonare comporta una forte responsabilità e ci sono persone – soprattutto uomini – che si vantano di essere sempre stati lasciati. Oggi si riscontra anche una maggior confusione tra chi lascia e chi viene lasciato, quasi un’indeterminatezza tra chi è attivo e chi subisce, una sorta di indefinitezza per cui ciascuno racconta di aver subito l’abbandono.

Dolore, lacrime, sofferenza, disperazione, senso di annientamento... l’amore si paga caro, ma non fa morire. Perché un abbandono ci può lasciare soli, ci può fare sprofondare nella paura quasi fisica della solitudine oppure di un altro incontro, ma può anche aprire a nuove possibilità; l’infelicità amorosa può far crescere e pure guarire le ferite della nostra infanzia.

In terapia arrivano persone che piangono a lungo un amore, altre che se lo buttano alle spalle come fosse leggero e volatile: questo dipende dal carattere, dalle difese e anche dalla capacità di affrontare ciò che la vita offre. È sano piangere per una perdita, a volte questa sofferenza diventa l’alibi per mettere in pausa la vita e rimanere a leccarsi le ferite.

LA PERDITA

Qualcuno sostiene che la perdita del partner non sia così dolorosa come l’abbandono, in quanto si perde l’altro per cause ineluttabili, più grandi dei partecipanti. Non si perde poi il ricordo, che rimane intatto e non deve subire una riscrittura. A volte si riesce pure a rinfrancare se stessi nel muto dialogo con il morto.

Chi resta continua questo dialogo proprio per tenere in vita il ricordo, per farlo diventare il proprio daimon interiore. Si ripassano allora i momenti salienti del vivere insieme, alcune frasi tipiche, il modo di camminare e di sorridere, le cose che davano gioia o innervosivano. Il sentirsi insieme non viene messo in discussione, semmai idealizzato; la morte ha portato via uno dei due, ma la relazione può continuare, non ci sono stati né rifiuto né tradimento del progetto comune. Il senso di ciò che si è vissuto resta intatto. Possiamo parlare di sofferenza fisica e psichica che si tenta di azzerare attraverso il ricordo; non a caso, nell’elaborazione del lutto la paura di perdere i ricordi porta a protrarre la fase fusiva.

COSA FARE IN CASO DI ABBANDONO

Cosa resta di noi dopo un addio? Dobbiamo recuperare noi stessi, e questo recupero ha delle fasi. L’elaborazione della perdita è come la corsa di un treno, ad ogni fermata scendono ricordi negativi e salgono riflessioni e considerazioni positive sulla vita e su di sé, in un viaggio che porta a sentirsi più adattati alla vita nel qui ed ora.

Al centro dei nostri interessi ci siamo di nuovo noi.

La prima fase è quella del dolore, che varierà di intensità a seconda di chi lo subisce. Si tratta di piangere l’amputazione del progetto comune, della vita vissuta insieme, dei ricordi. È un momento di solitudine e nostalgia, in cui ci si sente feriti. La sensazione è quella di avere l’altro sempre in testa, e il risveglio e la notte sono i momenti più difficili.

Si pensa soprattutto a come siamo stati vittime di un’ingiustizia. Senso di spaesamento, di mancanza, disperazione, svalutazione di sé come se ne fossimo colpevoli, sensazione di essere soli al mondo, sono le emozioni più frequenti, parlarne ossessivamente e cercare di recuperare il rapporto sono i comportamenti più frequenti.

La seconda fase, quella della rabbia (rancore, indignazione, sete di giustizia), è il momento in cui si riconosce la colpa altrui. È una fase di riscatto, si fa appello ai propri valori e si riesce finalmente a definire come illecito il comportamento dell’altro: se ne è inevitabilmente delusi.

La terza fase è quella dell’accettazione, in cui si deve lasciar andare l’altro per iniziare ad ipotizzare di smettere di soffrire. Il dolore non è del tutto sparito, ma resta in sordina, sullo sfondo.

L’amore è la forma più proficua di danza tra due persone e dà origine a una complementarità intensa che porta alla creazione di nuove possibilità emotive e psichiche. È quel valore aggiunto che rende la vita degna di essere vissuta. L’estraneità e la routine sono però sempre in agguato se non si lavora alacremente a mantenere viva la relazione, a nutrirla di emozioni e azioni, di cose fatte insieme, sensazioni messe in comune, argomenti sviscerati nel dialogo.

Questo articolo è di Umberta Telfener ed è presente nel numero 264 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto