La superstizione del talento

Spesso, alla base di grandi prestazioni sportive, si pretende di individuare il talento. Ma è una spiegazione magica o scientifica?

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Addio, vecchio e caro oroscopo. L’amato dispensatore di alibi, quel sistema che inserendoci all’interno di un numero finito di categorie ci permetteva di leggere il mondo e le nostre (in)capacità in maniera rassicurante («Sono Ariete, dunque sono fato così e non posso farci niente»), va in pensione. Ci siamo aggiornati, finalmente! Oggi le nostre eccellenze non sono più decise dagli astri, ma da qualcosa di altrettanto indeterminato e incommensurabile: il possesso di “talento”. E se non dovessimo raggiungere un minimo di eccellenza da nessuna parte, niente preoccupazione. Non è colpa nostra: è la mancanza di talento, bellezza.

Perbacco, non sto descrivendo un altro pianeta: è qui sulla terra che i mass media si ostinano a interpretare regolarmente le grandi prestazioni sportive come frutto del “talento”; nonostante, come vedremo, gli stessi campioni non siano molto d’accordo con questo tipo di spiegazione. Ed è su questo dolente pianeta che popolarissime trasmissioni televisive pompano l’idea che avere “talento” (nozione identificata come mix tra possesso di abilità tutto sommato relative e capacità di piacere-compiacere il pubblico) sia la chiave per il successo.

Il problema di tutte queste concezioni del mondo è che ci manca qualcosa: un pezzo enorme della realtà è stato rimosso, per esclusive ragioni di comodo.(...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Pietro Trabucchi
presente nel numero 259 della rivista.
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