La profezia che si autorealizza: dalle aspettative alla realtà

Sono varie le forme in cui una credenza o aspettativa può trasformarsi in realtà, dando forma a nostre paure o a nostre speranze.

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Quello della profezia che si autorealizza è uno dei fenomeni più intriganti nei quali uno psicologo possa imbattersi. Benché il nome suggerisca qualcosa di magico, in realtà si tratta di un fenomeno studiato nelle più disparate discipline, dalla medicina alla pedagogia, dalla sociologia alla psicologia clinica. Consiste in una predizione, anche di per sé infondata, che produce gli effetti reali attesi. L’esempio più noto e scientificamente accertato è quello medico, dove viene chiamato “effetto placebo”. Si tratta di una sostanza di per sé inerte, tipicamente una pillola di zucchero, che tuttavia produce effetti benefici in chi la assume. Ma la “magia” funzio­na solo a patto che la persona sia convinta di stare assumendo un vero farmaco. La cosa interessante è che esiste anche un “gemello cattivo” dell’effetto placebo: l’“effetto nocebo”, dove chi assume una sostanza nella convinzione che sia nociva finirà per sperimentare sintomi di malessere, confermando anche qui le proprie aspettative iniziali.

Dinamiche analoghe si manifestano in pedagogia, dove si parla di “effetto Pigmalione”. In tal caso le aspettative che gli insegnanti hanno sugli studenti finiscono per modellare le capacità cognitive di questi ultimi, a prescindere dal fatto che al principio siano o meno dei talenti. A dimostrarlo è il famoso esperimento della Oak School, dove il 20% degli alunni, indicato ingannevolmente come «più promettente», consegue davvero risultati migliori, proprio perché le aspettative positive in loro riposte avevano spinto gli insegnanti a trattarli diversamente. Anche qui, come per l’effetto placebo, a partire da un’aspettativa infondata si producono gli effetti reali attesi. Ma le analogie con l’ambito medico non sono finite. Anche per l’effetto Pigmalione esiste il suo corrispettivo negativo: l’“effetto Lucifero”. Infatti, come ha dimostrato Philip Zimbardo nel celebre esperimento “carcerario” di Stanford del 1971, in determinate situazioni anche dei bravi ragazzi possono trasformarsi in guardie sadiche. Non a caso, l’esperimento fu interrotto dopo appena 6 giorni, a fronte dei 14 preventivati, a causa degli episodi violenti emersi. Com’è stato possibile? Tutto è dipeso proprio dalle divise, dalle etichette e dalle reciproche aspettative delle parti in gioco.

Anche qui siamo nel regno della profezia che si autorealizza, dove vige il potere delle aspettative. E mentre gli effetti placebo e Pigmalione rappresentano la possibilità di trarre benefici dalle aspettative, gli effetti nocebo e Lucifero rappresentano la meno allettante possibilità di subire effetti negativi.

In entrambi i casi, ad ogni modo, la realtà che otteniamo dipende dalle nostre convinzioni e aspettative. Ecco perché è utile conoscere meglio queste affascinanti dinamiche: per non subire passivamente, ma utilizzare attivamente, determinati “incantesimi”.

 Dall’economia alla psicologia clinica 

I primi studi sulla profezia che si autorealizza si devono a Robert K. Merton e William Thomas, due sociologi che avevano notato come le aspettative nel mondo dell’economia producessero risultati reali, anche quando si trattava di idee infondate. Per esempio, se le persone si aspettano che una certa banca stia per fallire, guidati da questo timore finiranno per prelevare i loro risparmi, condannando realmente la banca al fallimento. E questo a prescindere delle reali disponibilità iniziali della banca. Infatti, come recita il teorema di Thomas, «Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze».

Come si può intuire, avere consapevolezza di tali meccanismi in ambito economico è utilissimo, oggi più che mai, dove la parola “spread” può fare crollare i mercati. Infatti le valutazioni delle agenzie di rating, similmente ai voti scolastici (come dimostrato dall’esperimento della Oak School), per mezzo delle aspettative che alimentano negli investitori possono creare esattamente le realtà che si propongono di descrivere, condannando uno Stato o un’azienda al fallimento. 

A divulgare al grande pubblico la profezia che si autorealizza sono stati Paul Watzlawick e Giorgio Nardone (1997), i quali ne hanno approfondito le implicazioni in ambito non soltanto sociale ma soprattutto clinico. Infatti, l’ansia del futuro ha un importante ruolo nella formazione del disturbo di panico, poiché è proprio l’ansia anticipatoria che spinge la persona a cadere nella trappola delle strategie di evitamento che la imprigionano in una zona di comfort sempre più ristretta, dalla quale non riuscirà più a uscire. Ecco che la paura di un danno futuro crea una realtà disfunzionale. Nel caso della depressione, le aspettative negative di un futuro privo di speranza immobilizzano la persona gettandola nello sconforto. Infatti la convinzione della immutabilità della propria condizione porta la persona a non agire e a lasciarsi andare, oppure ad arrendersi al primo ostacolo, condannandola così realmente a un destino senza via d’uscita. L’ipocondriaco, invece, proprio attraverso la paura di ammalarsi, finisce per alterare il normale funzionamento del suo organismo, causando così il tanto temuto malessere. 

Persino le etichette diagnostiche, come dimostra D. Rosenhan in uno sconvolgente esperimento dove infiltrò 8 soggetti sani in un ospedale psichiatrico senza che fossero riconosciuti come tali dal personale sanitario, hanno l’effetto concreto di condizionare sia la vita dei pazienti che quelle dei terapeuti. Come ricorda Watzlawick, l’esperimento dimostrava come le etichette diagnostiche siano delle realtà inventate che sono costruite all’interno di un contesto sociale a partire dalle reciproche convinzioni e aspettative degli attori in gioco.

Come emerge dagli esempi riportati finora, il materiale sulla profezia che si autorealizza è non solo scientificamente rigoroso, ma anche estremamente interessante e dalle notevoli implicazioni pratiche. 

 L’incantesimo del tetto del 3% 

Un esempio dell’impatto delle aspettative sulla realtà è quello del “tetto del 3%”. Si tratta di un rigido paletto del trattato di Maastricht, che impegna i Paesi dell’Unione Europea a mantenere la spesa entro il 3% del rapporto deficit-PIL. Ma vi siete chiesti perché proprio del 3%, e non del 2% o del 37%? Come hanno dichiarato gli economisti De Villepin e Abeille, ideatori del “tetto del 3%”: «Abbiamo stabilito la cifra del 3% in meno di un’ora. È nata su un tavolo, senza alcuna riflessione teorica. “3% suona bene. Diremo che il deficit non dev’essere superiore al 3% del PIL. È una frase molto semplice e tutti possono capirla”». Similmente al 20% dei bambini della Oak School, si tratta di una percentuale inventata che produce effetti reali.

 Un ponte tra lo psichico e il fisico  

Come si può notare, uno degli aspetti più spiazzanti della profezia che si autorealizza è il suo manifestarsi nelle più variegate discipline umane (dalla medicina alla pedagogia, dall’economia alla psicologia ecc.), spesso con nomi diversi, dando così l’impressione che si abbia a che fare con fenomeni differenti. Ciò ha impedito di avere una visione unitaria del fenomeno e di comprenderne appieno i meccanismi. Per questo motivo ho voluto dedicare tre anni di ricerca ad approfondirne in maniera sistematica le dinamiche, attingendo ai contributi più autorevoli sull’argomento. Ne è venuto fuori un libro, La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà, che vuole essere sia un rigoroso manuale per gli esperti sia una piacevole esperienza di lettura per i curiosi. 

L’obiettivo del volume è non solo raccontare e spiegare questo affascinante fenomeno, alternando gli studi più significativi sull’argomento a contributi e intuizioni originali, ma anche spingere il lettore a utilizzarlo nella propria vita. Perché meno lo conosciamo e più ne siamo vittime. Proprio mettendo insieme i vari tasselli, sono arrivato a individuare quegli elementi che portano una predizione – anche di per sé infondata – a sortire effetti reali.

Ecco sintetizzata la formula della profezia che si autorealizza: 

A) Un’asserzione 
B) presa per vera 
C) che instilli precise aspettative 
D) che spingano a compiere determinate azioni 
E) che producano gli effetti reali attesi.

Come emerge dai numerosi esperimenti che ho analizzato, affinché una predizione si realizzi non è importante che l’asserzione iniziale sia fondata o meno, ma è sufficiente che venga presa per vera, in modo da condizionare dapprima le aspettative e poi i comportamenti concreti di chi le dà credito. In questo modo una realtà dapprima solo immaginata diventa concreta proprio per mano di chi si adopera, ingenuamente, per costruirla. Le aspettative sono quel ponte tra lo psichico e il fisico, tra il pensiero e la realtà concreta: è infatti sul loro impulso che pianifichiamo le nostre azioni. Quelle azioni tramite le quali edifichiamo il mondo intorno a noi. 

 Bias di conferma 

La profezia che si autorealizza viene alimentata da un errore sistematico della nostra mente, ovvero il bias di conferma. Infatti, senza rendercene conto, tendiamo a selezionare quegli stimoli che confermano le nostre convinzioni e aspettative, ignorando attivamente il resto. Ecco così che, davanti a una lista di sintomi che caratterizzano una psicopatologia, saremo portati a cercare in noi (o nei pazienti, se siamo dei terapeuti) un segno della loro presenza, confermando la diagnosi. 

 Freno a mano psichico e surf neurale 

Come si può intuire, tali meccanismi sono determinanti per l’espressione delle nostre capacità cognitive. Infatti, davanti a un compito difficile, l’aspettativa di insuccesso può frenare le nostre potenzialità.

Nello specifico, come spiega Goleman, l’aspettativa di fallire può attivare l’amigdala, ossia la parte più emotiva del nostro cervello, paralizzando la neocorteccia, sede delle nostre più evolute capacità cognitive. A livello soggettivo, la persona si sentirà investita da un senso di sopraffazione: esperirà accelerazione del battito cardiaco, respiro corto ecc. Queste opprimenti reazioni fisiologiche la metteranno in stato di allarme, paraliz­zandola per la paura e bloccando così ogni possibile reazione razionale che potrebbe arrivare solo dalla neocorteccia, la quale, appunto, è al mo­mento inaccessibile. Secondo questo meccanismo, che nel libro ho ribattezzato «freno a mano psichico», l’aspettativa di un insuccesso, al pari di una profezia, può trasformarsi in realtà nel momento in cui siamo sopraffatti dalla paura di fallire.

Ecco svelata la trappola neurale del freno a mano psichico:

Situazione da affrontare - Aspettative negative - Freno a mano psichico  - Fallimento reale.

Per fortuna, però, anche qui esiste il rovescio della medaglia. La condizione opposta a quella di avere la “paglia nel cervello” corrisponde a uno stato di grazia psicologica nota come “flusso”. Si tratta di uno stato mentale, introdotto dallo psicologo ungherese Mihaly Csikszentmihalyi, caratterizzato da un’estrema concentrazione e impegno in cui artisti, sportivi, ma anche persone comuni sembrano immergersi mentre sono intenti a svolgere un’attività che trovano appagante. Qui non è la paura di fallire a dominare la mente, ma il desiderio di vincere una sfida, cioè l’aspettativa di successo.

 Neuroplasticità 

Persino un fenomeno importante come la neuroplasticità dipende dalle nostre aspettative. Infatti, ritenerci incapaci di acquisire nuove capacità ci preclude ogni possibilità di apprendimento, confermando così la nostra concezione entitaria della mente. Al contrario, l’aspettativa di miglioramento (concezione incrementale) ci porta a impegnarci, sviluppando così realmente nuove capacità. Inoltre, in entrambi i casi troveremo nei fatti un’ingannevole conferma delle nostre aspettative iniziali.

 L'oracolo neurale 

Uno degli aspetti solitamente trascurati della profezia che si autorealizza è quello neurale, che peraltro, come abbiamo appena visto, è di fondamentale importanza. La cosa interessante è che le aspettative influenzano persino le nostre percezioni.

Un esperimento assai interessante è quello condotto da H. Plassmann, in cui un gruppo di soggetti era sottoposto alla degustazione di vini di diversa qualità, il cui prezzo variava da 5 a 90 dollari. Proprio allo scopo di valutare le risposte dei soggetti, gli sperimentatori presentarono il medesimo vino una volta con il cartellino da 10 dollari, un’altra con il cartellino da 90 dollari. Dai risultati emerse che i soggetti gradivano lo stesso vino quando era associato al prezzo più alto. Ma la cosa interessante fu che non si trattava di una bugia detta per apparire intenditori. Infatti, analizzando le loro reazioni neurali con la fMRI, emerse che i neuroni avevano real­mente uno stato di attivazione maggiore quando degustavano lo stesso vino ma con il prezzo più alto. In pratica, i neuroni reagivano non tanto al vino, ma alle aspettative legate al prezzo come indicatore di qualità del vino. Inoltre, l’area che anticipava le percezioni provate era quella del cingolato anteriore, deputato appunto alla previsione degli esiti delle nostre azioni. Nel libro ho ribattezzato «oracolo neurale» tale area poiché, incrociando questo dato con altri studi, ritengo che l’area del cingolato anteriore rappresenti la base neurale della profezia che si autorealizza

 Analisi dell'oracolo interiore 

Approfondendo lo studio della profezia che si auto­realizza, ho messo a punto un protocollo per utilizzare in maniera mirata questo potente meccanismo. Come illustro meglio nel libro, è possibile applicarlo sia nella pratica clinica (per esempio, in casi di disturbi d’ansia e dell’umore) che nella vita quotidiana in un’ottica di benessere e crescita personale.

Il protocollo si articola in 3 step:

1.   analisi dell’oracolo interiore;

2. individuazione dei comportamenti e atteggiamenti disfunzionali;

3. cambiamento concreto.

Nel primo step si analizzano le convinzioni del paziente riguardo a sé, le sue aspettative circa il problema e quanto concerne il mondo dei significati (ovverosia il livello di realtà di “secondo ordine”, come direbbe Watzlawick) da lui tessuti, che può essere utile per comprendere la costruzione del problema.

Nel secondo step si individua in che modo certe idee, concretamente, influenzano la vita del paziente. Cioè attraverso quali azioni e atteggiamenti le convinzioni imprimono la loro impronta nel mondo reale.

Nel terzo step si passa all’azione in maniera concreta. Una volta inquadrato secondo quali logiche il problema si struttura, occorre scardinarlo. Il modo migliore è invitare la persona a fare una passeggiata oltre il problema, guidandola verso quella che Franz Alexander chiama esperienza emozionale correttiva, un passo alla volta. Meglio se piccolo, come suggerito dal metodo Kaizen dei “piccoli passi”, perché così la persona opporrà minore resistenza al cambiamento.

Ecco che le dinamiche della profezia che si autorealizza, dopo averle comprese, possono essere usate in maniera costruttiva, rendendoci artefici del nostro destino senza subirlo passivamente.

 

Davide Lo Presti, psicologo clinico, cura su Psicologia contemporanea, insieme al direttore Luca Mazzucchelli, la rubrica Libri per la Mente.

www.psicologomontecatini.com


Riferimenti bibliografici 

Lo Presti D. (2018), La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà, Flaccovio Editore, Palermo.

Watzlawick P., Nardone G. (a cura di, 1997), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina Editore, Milano. 

Zimbardo P. (2008), L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? (trad. it.), Raffaello Cortina Editore, Milano.

Questo articolo è di Davide Lo Presti ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto