La dimensione trasformativa dell’arte del teatro

In scena possiamo rinascere in altre forme, sintonizzandoci sulle tante voci che si affollano dentro di noi.

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Per riflettere sul complesso tema del valore “terapeutico” dell’arte, che la porta ad essere messa in campo in tanti contesti di “cura”, vorrei partire da alcune considerazioni di fondo. In latino il termine “ars”, corrispondente al greco “téchne”, designava prima di tutto un’abilità acquisita con la pratica: qualunque attività che richiedesse apprendimento era ars, dallo sport alla medicina, dall’oratoria alla scultura. Chi la praticava era un artifex, colui che esercita un’arte manuale grazie a esperienza e ingegno. Un aspetto costitutivo dell’arte, rivelato dalla sua radice etimologica, la connette quindi direttamente all’atto, al fare nutrito dall’esperienza

Il fare dell’arte la lega al rito e al ritmo. Il termine “arte”, come nota Carlo Sini, ha in comune con “rito” e “ritmo” la radice sanscrita “rt”. Il contrario di “arte” è “inerte”: se l’ars è l’azione ben fatta, inerte è ciò che non danza, che non si muove ad arte, che si sottrae al rito. Il rito ha la funzione di conferire valore agli atti (come nel caso del matrimonio, celebra i passaggi di stato dell’esistenza): il suo contrario è il termine “irrito”, ciò che non ha valore (Sini, 2006). (CONTINUA...)

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Questo articolo è di Luisa Lauretta ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto