Giovani donne e crisi della maternità

Ha suscitato molte polemiche e risentimenti l’articolo con cui Silvia Vegetti Finzi su Psicologia Contemporanea, ha cercato di tratteggiare un ritratto credibile delle nuove adolescenti.

un'adolescente in carriera - Il commento di Costanza Jesurum.jpg

Disegnate come ambiziose, efficaci, conformiste, poco in contatto con i propri desideri emotivi, troppo in contatto con le proprie e altrui ambizioni intellettuali e professionali. Non si tratta di una posizione nuova anche perché fa riferimento - anche se implicito -  a un problema reale: in Italia c’è un oggettivo collasso della genitorialità e una non negabile crisi del materno: siamo un paese di vecchi, dove non si fanno bambini in una maniera desolante, per il cui sistema pensionistico l’unico miraggio di sopravvivenza possono essere i figli degli extracomunitari, che Dio li benedica. È dunque comprensibile che proprio dal contesto della psicologia si cerchino analisi e soluzioni, che abbraccino possibilmente cause psichiche e cause sociali, cercando di mantenere o forse dovremmo dire a proposito di una professionista accorta come Vegetti Finzi, di riuscire a trasmettere, il sapore di uno sguardo complesso anche quando ci si trovi a fare divulgazione.  

Molte psicologhe, si sono sentite offese per esempio, dall’articolo in questione – protestando sulla pagina web della rivista. Molte magari, sono state quelle ragazzine ambiziose ed efficienti, che andavano volentieri al cinema con i compagni di classe, un jeans e una maglietta, e studiavano con passione quello che serviva per diventare una Silvia Vegetti Finzi, o anche mezza bastava e avanzava.  Si sono trovate di fronte a quell’esperienza curiosa che regolarmente tocca alle giovani donne italiane, l’ultima volta era stata Costanza Miriano, che con molti best seller e carriera e convegni alle spalle, salgono sul podio e rampognano: sposati e sii sottomessa! Anche se io sono stata felice di fare tutt’altro. Contatta il tuo mondo intimo! Pensa ai bimbi! Anche se io sono professoressa ordinaria all’università. E questa cosa, giustamente, alle ex adolescenti che finalmente si sono decise a fare un figlio e ora dicono lo metto al nido ma costa 500 euro, ne faccio un altro ma non mi rinnovano il contratto, e via di seguito, le lascia interdette. Ho la presunzione di credere, che dietro all’articolo di cui parliamo ci fossero molte altre cose non dette, che sono state sacrificate al demone della divulgazione, che forse più di qualcuna avrebbe trovato conservatrici, ma che comunque se fossero state inserite nell’articolo, sarebbe risultato meno urticante, e forse questa polemica ci serve, più che per fare una riflessione sull’ideologia collettiva in termini di identità sessuate e nuovi adolescenti, su come si debba fare divulgazione, su quale grado di articolazione si può trasmettere in un articolo destinato a un pubblico ampio. Perché, forse, vale la pena di correre il rischio di essere noiosi o non immediatamente accessibili.  

Provo allora a fare delle considerazioni, per renderle più commestibili ci metto qualche dato biografico personale. Quando sono approdata al mondo della psicologia dinamica, per quanto la mia area di gioco, diciamo così, fosse junghiana, in tema di psicologia di genere ancora faceva la voce grossa e forse ancora la fa, una teoresi che vuole la psicologia dei generi legata alla funzione riproduttiva dei corpi per cui, semplificando grossolanamente, le donne sono in primo luogo titolari di sensibilità e affetto e contatto con il loro mondo emotivo, portate alla relazione e alla genitorialità e gli uomini invece razionali portati alla comprensione intellettuale, e dunque a delle attività extraprofessionali. Ne derivava che per esempio: nella vulgata novecentesca della psicologia dei generi di stampo freudiano, una donna che avesse il cipiglio e le ambizioni delle adolescenti di Vegetti Finzi, sarebbe stata designata come fallica pervasa da un complesso di castrazione per cui, scontenta di essere uomo, lo scimmiottava in ogni modo. Nella parrocchia junghiana, le cose andavano di poco meglio e l’adolescente in questione sarebbe stata invece descritta come pervasa dall’animus. Secondo infatti la grammatica junghiana, le donne hanno nella propria struttura endopsichica una serie di caratteristiche inerenti il maschile e il paterno, semplificando grossolanamente, l’animus, e gli uomini una serie di caratteristiche femminili e riguardanti il materno, l’anima. Jung più tardi avrebbe corretto questa prospettiva che per primo aveva avvertita se non sessista, quanto meno psicologicamente incompleta ed era arrivato a contemplare la presenza di entrambe le strutture archetipiche per entrambi i generi, ma questo modello dell’archetipo controsessuale è tornato spesso in mente quando si ha avuto a che fare con donne molto ambiziose, assertive, magari aggressive. Si è pensato cioè a donne che per loro storia personale si sono schiacciate sul maschile interno, annullando la loro identità femminile. 

Questi modi scientifici di pensare i generi, davano per scontato che le bambine avessero madri casalinghe e affettuose e padri solerti lavoratori, per cui se le bambine volevano tanto lavorare ed erano cameratesche con i compagni stavano perdendo la loro madre interna per compiacere i padri. Ecco, io che ho nell’ordine: una madre dirigente in pensione, una nonna insegnante e traduttrice, una bisnonna professoressa a sua volta, mi sentivo molto scomoda in questa teoria perché per me, nel mio modo di essere donna, il saper andare al cinema con i maschi quando c’era d’andare al cinema, il saper essere ambiziosa professionalmente quando c’era da essere ambiziose, per me era normale,  era più specificatamente un modo di essere identificata con mia madre e le donne della mia famiglia, nel mio modo di essere donna professionista e madre di oggi, c’è il modo di mia madre e di mia nonna, non necessariamente di mio padre, un uomo poetico e fantasioso, in contatto con il mondo magico e surreale. È davvero pertinente mettere l’ambizione intellettuale e professionale, e anche un modo di stare con i coetanei di sesso opposto che esuli dalla sfera romantica in posizione antagonista alla crescita emotiva e relazionale? Il nucleo scivoloso dietro all’articolo di cui parliamo, non è in questo aut aut? Paradossalmente nella mia esperienza clinica con le mie pazienti giovani e meno giovani, io noto invece tutt’altre simmetrie: gravi disistime di sé come identità caratteriali, formali e professionali come soggetti vanno insieme a organizzazioni patologiche della sfera relazionale, il non potersi prendere sul serio come soggetti, e come identità è spesso il preludio di una grande difficoltà sul piano delle emozioni e delle relazioni, e più che mai della genitorialità e del diritto di contattare il proprio materno interno. È giusto allora dire, guardate, semplicemente, c’è troppo di questo, occupatevi più di quell’altro? 

Nella mia posizione di professionista che scrive questo articolo e tiene famiglia, mi sento di dire in primo luogo che sono ben contenta di tenere famiglia e scrivere questo articolo, e di augurare alle giovani donne di cercare di curare tutte le loro parti interne, che crescono insieme e se crescono insieme cresceranno rigogliose. Se devo interrogarmi sul perché queste giovani donne italiane fanno drammaticamente così pochi figli, e in questo sono d’accordo con Silvia Vegetti Finzi, sì le donne italiane e in generale l’Italia ha un grave problema con la genitorialità e con la maternità, penso che sia opportuno fare altro ordine di considerazioni, che dal generale, passino al particolare.

La prima riguarda l’osservazione socioeconomica di una forma bastarda di primo mondo, dovuta probabilmente a un boom economico che ha procurato nel dopoguerra un immediato benessere economico, a cui non è riuscita a corrispondere una crescita politica e civile della cittadinanza, come è accaduto a contesti capitalistici che si sono edificati con più lentezza. Il capitale da possibilità di scelta, e questo capitale si è installato sopra una società contadina in tempi troppo veloci per cui alla fine la risultante che abbiamo è: un paese che ha ancora la possibilità di foraggiare un consumismo consistente, di nutrire logiche di status e di apparenza versus logiche di godimento e di comprensione sostanziale, ma che non ha la maturità politica di usare questa ricchezza per sostenere la crescita di tutti i soggetti per cui alla fine ci sono milioni di ristoranti, odisseee di negozietti di vestiti, ma manca completamente una domanda di servizi per la famiglia, per l’infanzia, a costi accessibili. Ne consegue che in Italia, l’emancipazione delle donne è una cosa o per ricche – perché possono avere altre donne a svolgere funzioni che non riescono a non essere demandate alle donne, oppure nevrotizzate dal sistema economico che non permette alle donne di fare figli fino a che non hanno una sicurezza economica tale da poter compiere questa scelta, e quando la compiono si devono fermare. Questo anche perché c’è un problema all’altezza del maschile, che ha imparato a tollerare che le donne lavorino, facciano delle cose nel pubblico ma - anche se meno di un tempo - fa fatica a tollerare che questo vuol dire che lui faccia molte più cose nel privato.

La seconda osservazione riguarda una narrazione culturale sulla genitorialità  - derivata da queste premesse socioeconomiche - che collude con le istanze nevrotiche latenti che tutte le donne possono avere, in misura variabile, e le dilata portando purtroppo molte di loro a decidere di fare figli troppo tardi, o a non farne affatto.

Alle donne il capitalismo di stampo italiano dice sostanzialmente che fare figli è titanico, che una deve rinunciare a tutto, che l’essere madre è narrativamente antitetico all’essere lavoratrice, che la genitorialità alla donna non dona energie, ma ne succhia, che è un salto nel buio, che trasforma il soggetto in madre, madre madre. E si assisterà a due retoriche: una quella che celebra il materno come emotivo, fatato, fusionale, dolcissimo, totemico, capace di annichilire il resto del mondo – e un’altra  che celebra il materno come maligno, distruttivo, capace di distruggere il corpo e l’identità, che toglierà tutti i piaceri alla madre, eternamente confiscata dalla prole. E invece le professioniste che sono madri, avrebbero il dovere di dire alle giovani donne quanto spesso la maternità regali una moltiplicazione identitaria emotiva ed intellettuale, anziché una sottrazione.

La terza osservazione riguarda la narrazione dell’identità sessuale che deriva da questa iconografia di risulta: le donne italiane devono essere belle come ragazzine alle soglie del sesso, come eternamente fanciulle dal ventre piatto, ma si fa molta fatica a trovare un’iconografia della donna matura come seducente, della madre come erotizzata. Come colei che insomma avendo fatto un figlio potrebbe nevvero, farne anche un altro. Alla giovane si dice infatti che è meglio che si mantenga efebica, velina, valletta, se è fortunata può assurgere al rango della signorina procace, ma non deve andare oltre, che scavalla subito nella massaia agricola o nella virago frustrata. Se prova a tenere il punto, di essere una bella donna che fa carriera, lo vede da se che cosa succede, si provi a fare un excursus dei commenti politici a proposito del ministro Boschi, o della Presidentessa Boldrini.  E se vuole fare una vita di madre, anche soggetto pubblico, scopra le diatribe sui figli al ristorante. Quindi figlia mia attenta, puoi fare la zoccola, puoi fare la suora laica, ma madre visibile e piacevole, solo in linea teorica, astratta, utopica, narrativa, non materiale.  

La quarta osservazione tiene conto della prospettiva psicologica la quale, non deve dimenticare mai che non si può limitare a descrivere i cambiamenti sociali nei loro modi di incidere sui costumi dei singoli, perché quando si scrive solo di quello, si finisce con il fare i sociologi, rinunciando a strumenti che ci sono propri.  Le forme culturali e le organizzazioni sociali mettono sul piatto delle nevrosi possibili, di volta in volta adatto a questo o a quel contesto storico – e Silvia Vegetti Finzi ha scritto cose bellissime sull’isteria proprio in questa prospettiva, il mancato contatto con la dimensione genitoriale è allora uno specifico tratto, per me patologico , del nostro contesto culturale. Ma sul perché questa cosa succeda, sul perché certe donne, ma dovremmo dire anche certi uomini, vi indugino molto, rimane prima di tutto qualcosa a carico delle loro vicende personali, delle loro vicende di figli, della genitorialità interna che hanno avuto. In termini di psicologia dei singoli e di psicologia socliale, forse sarebbe da indagare anche questo.