Due lolite in famiglia

Che madre e figlia (soprattutto adolescente) amino fare le stesse cose, ispirarsi alle stesse mode, indulgere agli stessi vezzi va bene purché si ricordino che ruoli ed età sono differenti.

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«Io e Viola siamo molto amiche. Lei si confida con me e io l’aiuto nei compiti. Facciamo shopping insieme negli stessi negozi perché, per quanto riguarda l’abbigliamento per esempio, i reparti non sono più separati per età come una volta. Gli stessi abiti vengono proposti alle adolescenti così come alle loro madri. È il trend di oggi. Che io trovo divertente. E siccome finiamo per scegliere gli stessi abiti capita spesso che qualcuno ci scambi per sorelle. Ho fissato un appuntamento da un bravo tatuatore per farci disegnare sul braccio la stessa figura: un mandala di vari colori che Viola non ha ancora visto, ma che a me piace molto. Sarà una sorpresa per il suo dodicesimo compleanno, che ci renderà ancora più unite».

Questa è la versione di Gianna, la mamma. Sentiamo adesso la versione di Viola, la figlia.

«Le mie amiche m’invidiano perché mamma mi aiuta nei compiti. A volte, quando sono stanca e voglio guardare in pace la TV, i compiti li fa lei. Non tutti, ovviamente, perché alcune cose sono diverse da quelle che ha imparato lei a scuola, ma quelli che sa fare li fa per avvantaggiarci e avere più tempo per uscire e fare shopping insieme. Sia a me che a lei piace aggirarci nei negozi per scoprire le ultime novità e provare quello che ci incuriosisce. È divertente! C’è soltanto una cosa che mi dà fastidio e che anche le mie amiche hanno notato, il fatto che lei si vesta come me. Che indossi abiti uguali ai miei. Magari diversi soltanto per il colore o per un piccolo particolare. Quando mamma si veste come una ragazzina, lì per lì sembra molto più giovane della sua età e capisco che le faccia piacere, poi però si vede che non è una di noi. E quando poi cerca anche di imitare il nostro linguaggio, le mosse e le mimiche, quando scuote i capelli in quel modo… diventa veramente patetica. E questo mi dispiace. È già capitato che abbia fatto la smorfiosa con dei ragazzi grandi della mia scuola fermatisi a parlare con me perché facciamo parte dello stesso gruppo musicale. Lei si è intromessa con un tono querulo e con osservazioni ridicole. Pensava di fare la simpatica e di essere spiritosa, io però ho visto che loro erano basiti, e in quel momento sarei voluta scomparire. E così, adesso, ogni volta che viene a prendermi a scuola, spero che non trovi parcheggio e che rimanga ad aspettarmi in macchina, lontano dall’uscita».

Nulla di male se madre e figlia si divertono a frequentare insieme gli stessi negozi, a provare gli stessi abiti e magari ad acquistarne uno simile, purché nella testa della madre resti ben chiara la differenza di età e di ruolo e sappia guidare la figlia e farsi obbedire quando è necessario.

Diverso è invece quando l’identificazione della madre nella figlia è tale da annullare i necessari confini generazionali: quella giusta distanza che consente di non fondersi l’una nell’altra. Una ragazzina di 12 anni si sente psicologicamente in pericolo con una madre che veste come lei e che usa il suo stesso linguaggio, se percepisce che la madre è in una relazione di rivalità con lei, che vive la sua adolescenza attraverso di lei, che ha troppo bisogno di lei per sentirsi esistere, giovane e bella.

Sotto la spinta di un mercato aggressivo, avvolgente e seduttivo, si è sempre più diffuso il fenomeno delle lolite. Non che le lolite non ci fossero anche in passato (il romanzo Lolita di Nabokov, che fece tanto scalpore, è del 1955), però non erano così diffuse come oggi, grazie agli eccessi della pubblicità, alla penetrazione delle mode e di un mercato che cerca di trasformare il prima possibile i bambini in consumatori e le preadolescenti in bambole sessuali. Non è perciò infrequente che una ragazzina di 12 anni indossi abiti sexy (acquistati dalla mamma) e si atteggi a donna vissuta – mentre sua madre, che teme di invecchiare, adotta un look adolescenziale. 

Emblematica è, a questo proposito, una pubblicità della Renault del 2012 che chiunque può reperire su Internet. Vi si vede una donna alla guida di un’auto, che sta andando a prendere a scuola la figlia adolescente. La ragazza arriva di corsa e salta sul sedile anteriore accanto alla mamma. Nel piegarsi in avanti la giovane lascia intravedere un tatuaggio al fondo della schiena. La madre, che non sapeva del tatuaggio, si mostra sorpresa e rammaricata. La ragazza, colta in fallo, si sente in imbarazzo. Qualche attimo dopo, però, è la madre a sollevare la sua maglietta per mostrare alla figlia un tatuaggio ben più grande e colorato del suo, al fondo della schiena. L’impasse è superata e lo spot si conclude con una risata liberatoria e complice.

È evidente che c’è chi spinge verso un’adolescenza condivisa tra genitori e figli e che le figure di identificazione – le star del cinema, della moda, della canzone, o anche le “principesse” le cui vite dorate vengono raccontate con dovizia di particolari nei magazine – si inscrivono in questo processo. A 30, 40, 50 e 60 anni, le mamme VIP delle riviste patinate continuano ad essere abbronzate, a sposarsi, a mostrarsi in bikini e a fare figli. Da più parti, dunque, c’è una pressione per abolire le barriere generazionali.

Sempre più precocemente, le bambine – ma anche i loro coetanei, per altri aspetti – sono conquistate dalle mode, da ciò che viene loro continuamente proposto, dallo sfrenato bisogno di acquistare indotto dalla società dei consumi: l’ultimo videogioco, l’ultimo modello di cellulare, l’ultimo tipo di scarpe che dà l’identità di gruppo, i jeans con i tagli nei punti strategici, i legging aderenti, e così via.

Ma invece di cedere ad ogni richiesta arrivando fino al punto di imitare i propri figli, i genitori devono avere la forza di segnare dei confini. Per il bene dei ragazzi. Perché non crescano dipendenti da qualsiasi novità di moda in quel momento. Nessuno obbliga i genitori ad acquistare l’ultimo gadget lanciato dal marketing ogni due o tre giorni, nessuno li obbliga a consentire che una ragazzina esca di casa con i jeans calati o con una minigonna inguinale. Nessuna figlia, infine, vuole avere una madre non cresciuta.

Questo articolo è di Anna Oliverio Ferraris ed è presente nel numero 268 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto