Costruire la buona morte

Recuperando suggestioni della filosofia antica e tradizioni del passato, possiamo smettere di eludere la morte e tentare di avvicinarla come quell'opposto della vita di cui la vita ha bisogno per acquisire senso e risaltare. 

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«Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire». Dopo queste parole lo storico francese Pierre Chaunu (1974) delinea un ipotetico scenario futuro in cui un gruppo di ricercatori tenterà di studiare la nostra epoca. Avevamo dimenticato che si deve morire: «È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0.2%) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi». 

L’OCCULTAMENTO DELLA MORTE

Basta sfogliare giornali o riviste per accorgersi che viene trattato ogni tipo di argomento, ma si evita accuratamente il tema della morte anche quando i fatti ce la pongono dinnanzi impetuosamente, come nel caso di crimini, catastrofi naturali, guerre, terrorismo o altro. L’unica eccezione tollerata dai mass media è quella della morte spettacolarizzata, a quel punto esibita in tutti i suoi aspetti più cruenti, perché la morte violenta, in fondo, è meno angosciante della morte biologica: è una eventualità, non una ineluttabilità.

Tutto ciò che riguarda la morte è materiale pressoché proibito. Per esempio, negli Stati Uniti le società addette alle pratiche funerarie agiscono in modo che i parenti quasi non vedano il cadavere, e comunque non se ne occupino, ma soprattutto hanno il compito di far sparire nel giro di poco ogni oggetto personale del defunto, compresi i mobili, cosicché i familiari, rientrando nella casa del proprio caro, non trovino più nulla che lo richiami alla memoria.

L’antropologo francese Thomas (1975; 1988) constatava con inquietudine che il mondo contemporaneo anziché celebrare i propri morti li fa semplicemente «sparire». Sembra quasi si tratti dell’occultamento di un cadavere! (...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Annagiulia Ghinassi, Giorgio Nardone, Guidalberto Bormolini
presente nel numero 264 della rivista.
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