Chi ha paura del suicidio assistito

Il Parlamento italiano ha tempo fino al 24 settembre per pronunciarsi a favore o contro chi “aiuta a far morire” malti terminali o irreversibili, come nel caso del giovane DJ Fabo. Altrimenti la parola spetterà ai giudici della Consulta.

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C'è la frase di un anonimo che dice: «Nessuno si suicida perché vuole morire», lasciando intendere che ci si toglie la vita soprattutto per rimuovere un fardello insopportabile, per sconfiggere un dolore profondo. Il suicidio tenta chi è esausto nel sentire, minuto per minuto, quel peso che opprime, l’emarginazione, la solitudine, il desiderio del nulla, di non voler vedere, dormire, parlare… Un buio che vuoi spegnere. È vero, non vuoi ucciderti, solo interrompere lo strazio. E, nella tua testa ormai persuasa, se ne hai ancora la forza, pensi che l’unica salvezza sia scomparire. 

Abbiamo rivisto i drammatici video di Fabiano Antoniani, in arte DJ Fabo, cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale (alla guida, si era chinato una frazione di secondo per raccogliere il telefonino), poi suicida assistito in Svizzera. Ma il suo non è stato l’epilogo di una depressione. Non aveva disturbi mentali. Qui entriamo in un altro scenario, quello della incurabilità, dell’estrema menomazione fisica, che ti conduce all’idea di farla finita. (CONTINUA...)

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Questo articolo è di Eugenio Gallavotti, Mario Savino ed è presente nel numero 275 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto