Stefano Pallanti

L’importanza dell’ascolto del paziente dalla psichiatria alle neuroscienze cliniche

La psichiatria, da branca della medicina che si occupa della cura dei disturbi mentali, si è estesa alla salute comportamentale. L’ingresso della biologia e delle neuroscienze nello studio della relazione mente-cervello non deve però far dimenticare l’importanza di instaurare una relazione paritaria con il paziente.

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PERCHÉ LA COMUNICAZIONE MEDICO-PAZIENTE È FONDAMENTALE

Nanni Moretti, nel terzo episodio del film Caro diario, in cui racconta la sua esperienza personale con i medici, conclude piuttosto sconsolato: «I medici sanno parlare ma non sanno ascoltare». Una considerazione che fa riflettere e dispiace, soprattutto in un momento in cui la gran parte dell’assistenza viene a realizzarsi nelle angustie spazio-temporali dell’emergenza o in un ambulatorio in cui spesso lo schermo di un computer si intromette, rendendo veramente difficile la comunicazione tra medico e paziente. Di questa riduzione, chi si occupa dei disturbi del comportamento, e di quelli che sino ad oggi ancora vengono chiamati disturbi mentali, soffre ancora di più.

Tutt’oggi la definizione di psichiatria è tradizionalmente la seguente: «quella branca della medicina che si occupa della cura dei disturbi mentali». Ma con l’allargamento del campo delle conoscenze degli ultimi anni si è estesa all’area della salute comportamentale (Pallanti, 2020) e si cominciano a distinguere al suo interno numerose branche specialistiche. Una di queste specialità è quella della “terapia della parola”, dell’ascolto partecipe. All’interno della medicina, lo specifico di tutte le discipline che iniziano con il prefisso “psi” è l’attenzione all’esperienza soggettiva della malattia: il racconto in prima persona del paziente che lo specialista deve ascoltare, stimolare, ampliare, approfondire e interpretare.

L’attenzione a questa fase di ascolto, rivolta al messaggio verbale e in buona parte a quello non verbale così come riferito dalla persona sofferente, si è molto evoluta. Mentre si crede che la ricerca biologica sul cervello abbia ridotto lo spazio per l’indagine narrativa della sofferenza mentale, è vero invece il contrario; mai come oggi si deve fare riferimento all’esperienza di prima mano del paziente, sia nel momento della definizione della diagnosi sia durante la terapia. Questo proprio perché la ricerca ha evidenziato quanto ogni individuo vada considerato nelle sue particolarità affinché la cura possa essere personalizzata, od orientata alla persona anziché genericamente orientata alla malattia. L’avvento dell’approccio basato sulle neuroscienze non soltanto ha mantenuto tale principio, ma ha inoltre valorizzato la persona, perché introducendo nella valutazione anche alcuni dati neurobiologici è richiesto un ampliamento della cultura dello psichiatra e delle sue capacità traslazionali. “Traslazione” è un termine che descrive la pratica di trasferire la conoscenza scientifica “dal laboratorio al letto del paziente” (B2B, “from bench to bedside”): la medicina traslazionale si fonda sui progressi della ricerca di base e sugli studi dei processi biologici che sottendono ai disturbi evidenti a livello comportamentale.

Dobbiamo aumentare la capacità di ascolto in modo da poter aiutare nelle fasi precoci del disturbo, quando il soggetto inizia a percepire che le cose non vanno, anche in assenza di sintomi evidenti, e in questo modo prevenire gli effetti della neuroplasticità disfunzionale del disturbo che avanza e diventa pervasivo. Bisogna quindi continuare ad ascoltare, mettendo in sintonia l’esperienza, ma – è questa la maggiore novità – anche tutte le conoscenze tecnico-scientifiche; ascoltare, ovvero dare la massima importanza a ciò che la persona ci comunica.

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