Pietro Trabucchi

L'alibi del dolore

A volte il dolore degli sportivi non ha una causa fisica, ma è un prodotto dell’ansia e serve a fornirci un alibi per tenerci lontano da eventi agonistici percepiti come “minacciosi” per la nostra autostima.

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«Poco importa se le persone non siano mai state trovate morte di labbra screpolate. Ogni piccolo dolore mi porta a uno studio medico dove ho bisogno di rassicurazione». Con questa battuta Woody Allen descrive lo sfuggente legame che intercorre tra l’ansia e il dolore. Chiunque pratichi esercizio fisico finisce infatti per confrontarsi con due tipi di dolore: quello causato in maniera diretta e inequivocabile dalla pratica sportiva e quello – ben più misterioso – che a volte compare durante la preparazione o nell’imminenza di una gara. Si tratta di due esperienze fondamentalmente diverse nei loro risvolti psicologici, per quanto simili dal punto di vista percettivo: il primo tipo viene definito “dolore atletico” con riferimento alle cause che l’originano. La voce “dolore atletico” non deve trarre in inganno. Non parliamo, infatti, di una nuova categoria di sensazioni. Si tratta sempre di dolore tout court, come quello di un martello che cade sul piede o di una mano che rimane chiusa dentro una porta: l’aggettivo “atletico” fa semplicemente riferimento alle cause che lo producono, ossia alla pratica sportiva. Per esempio, se corro a lungo o sollevo un peso cospicuo, posso provare dolore a causa della distruzione delle fibre muscolari operata dalle sollecitazioni dell’esercizio. Ma le maggiori responsabili della comparsa di dolore atletico negli sportivi sono le infiammazioni: guaine, tendini e articolazioni sono i giardini in cui l’attività fisica coltiva la sofferenza. 

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Questo articolo è di Pietro Trabucchi ed è presente nel numero 283 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui