Giuseppe Riva

La psicologia di Instagram

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Se Facebook è il social network con il maggior numero di utenti, quello con la crescita maggiore è Instagram, che è arrivato oggi a superare il miliardo e duecento milioni di utenti nel mondo e che conta quasi venti milioni di utenti attivi ogni giorno in Italia. A differenziare Instagram dagli altri social network è il focus sulla dimensione visiva. Instagram, infatti, consente di cercare, guardare, realizzare, modificare e condividere immagini e video direttamente dal proprio smartphone. Non è un caso che il suo successo sia legato a due tipi di contenuti digitali – i selfie e le storie – che ne hanno segnato la nascita e l’evoluzione. 

Che cos’è un selfie? Secondo l’Oxford Dictionary, che nel 2013 l’ha scelta come parola dell’anno, un selfie è «un autoscatto, tipicamente preso con uno smartphone o una webcam, condiviso sui social media». E, in effetti, Instagram è diventato la piattaforma su cui migliorare, attraverso una lunga serie di filtri, e condividere i propri ritratti. 

Un’evoluzione dei selfie sono le storie, brevi video da pubblicare nel proprio profilo, come una sorta di diario quotidiano che rimane online al massimo per 24 ore. Unica eccezione sono le storie messe in evidenza dall’utente stesso, che vengono salvate nel proprio profilo. Il grande successo delle storie nasce proprio dalla loro “evanescenza”, che consente agli utenti di sperimentare nuove modalità di comunicazione ed espressione senza preoccuparsi troppo di ottenere un risultato perfetto. Tanto, il giorno dopo, la storia scompare – a meno che non sia venuta così bene da spingerci a metterla in evidenza – ed è possibile riprovare. Per questo, rispetto alle foto normalmente disponibili su Instagram, le storie sono molto più naturali e spontanee, e in grado di trasmettere un maggiore senso di autenticità in chi le vede.

Per comprendere il successo di Instagram bisogna riflettere sulla storia del ritratto. Come raccontava Plinio il Vecchio duemila anni prima della nascita di Instagram, il ritratto ha 3 funzioni primarie: commemorativa, didattica e celebrativa. In altre parole, il ritratto veniva utilizzato per celebrare e diffondere le gesta di regnanti e personaggi famosi, generando rispetto ed emulazione in chi li mirava.

I giovani, su Instagram, oggi usano i selfie e le storie per raggiungere lo stesso obiettivo: generare rispetto ed emulazione in chi li guarderà. Infatti, ciò che trasforma un autoritratto in un selfie e in una storia è la volontà di condividerne il contenuto per generare una reazione nel soggetto che lo guarderà. 

Per questo una parte importante del successo di Instagram è legata alla disponibilità di 3 diversi strumenti in grado di rendere visibile e condivisa tale reazione.
1) Il primo strumento è la possibilità di commentare direttamente i diversi contenuti pubblicati sul social;
2) il secondo strumento è la possibilità di esprimere il proprio apprezzamento o interesse premendo un bottone a forma di cuore (il “mi piace”, o “like” in inglese) posto di fianco al contenuto pubblicato su Instagram;
3) il terzo strumento è la possibilità di “seguire” (to follow) un utente, per essere informato sui nuovi contenuti che pubblicherà in futuro. 

Per la maggior parte degli adulti è ovvio che il valore di una persona non è valutabile solo dal numero di follower, di commenti positivi e di mi piace che hanno ricevuto le proprie immagini e video sui social. Tuttavia, per molti adolescenti la caccia al like e al follower è diventata una ricerca di approvazione personale: il mi piace non è dato all’immagine che hanno pubblicato, ma a loro stessi, al loro modo di essere. 

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Nati come strumento in grado di permettere una valutazione spontanea e immediata dei contenuti presenti sui social, il mi piace e il numero di follower sono oggi diventati gli strumenti più usati dagli adolescenti per valutarsi e per valutare i propri coetanei. Infatti, grazie al numero di like e di follower è possibile verificare immediatamente la “posizione” degli altri e confrontarla con la propria per decidere chi si è e chi si vuole essere. 

Dal punto di vista esistenziale, è un cambiamento rilevante che per molti genitori non è immediatamente evidente: grazie al ruolo centrale dei social network nella costruzione dell’identità sociale, il principale parametro di valutazione personale e interpersonale non è più l’essere ma l’esserci. Infatti, per essere popolari all’interno dei social network e diventare “influencer”, non è necessario avere conoscenze o capacità particolari, ma basta essere in grado di attrarre una rete di follower e un numero elevato di mi piace. 

Allo stesso tempo, però, semplicemente per il fatto di essere presente su Instagram, l’adolescente è sottoposto a un continuo, esplicito confronto sociale, che può avere importanti effetti psicologici in particolare nei più giovani. Come ha ammesso lo stesso David Ginsberg, direttore della ricerca di Facebook, l’utilizzo passivo dei social media – cioè il limitarsi a guardare le immagini e le storie degli altri senza crearne di proprie – spinge l’adolescente a un continuo confronto sociale che alla lunga può farlo star male. In particolare, l’inadeguatezza induce depressione, ansia sociale e un senso di solitudine. 

Come abbiamo visto nei numeri precedenti, un’altra conseguenza dell’inadeguatezza di questo continuo confronto sociale è il fenomeno del “ritiro sociale” (chiamato anche “hikikomori”, dalla parola giapponese che indica lo “stare in disparte”): adolescenti che si rinchiudono nella loro stanza per lunghi periodi comunicando con il mondo esterno solo in forma digitale. A differenza del Giappone, dove questa situazione è molto diffusa, in Italia sono ancora pochi gli adolescenti che arrivano a un comportamento così estremo. È invece più comune che l’adolescente che si sente inadeguato manchi di impegnarsi nelle attività sociali, professionali e formative, decidendo di non prendersi responsabilità sia nei confronti di sé stesso sia nei confronti degli altri significativi: partner, amici, genitori.

Non è un caso che per evitare problemi, e possibili cause legali future, Instagram da qualche mese abbia deciso di non rendere più pubblico il numero di mi piace ricevuti dai diversi contenuti. Lo scopo di questo cambiamento è quello di far sentire i propri utenti meno come i partecipanti a una competizione di bellezza e simpatia, e più come autori in grado di mostrare liberamente il proprio punto di vista sul mondo.

Giuseppe Riva è ordinario di Psicologia della comunicazione all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi ultimi libri, Selfie. Narcisismo e identità (Il Mulino, 2016).

www.giusepperiva.com

Questo articolo è di ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui