Roberto Escobar

CINEMA: Assandira

Ispirato all’omonimo libro di Giulio Angioni, ecco un film su come un gioco può trasformarsi in tragica realtà se non si rispettano le nostre radici e il loro ordine arcaico

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«Non si può fare gioco di una cosa che è seria»: questo il settantenne Costantino (Gavino Ledda, l’indimenticato autore di Padre padrone) dice al figlio Mario (Marco Zucca), cui rimprovera di non capire più la lingua della sua terra. Siamo alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. Mario è appena tornato dalla Germania, e con la moglie Grete (Anna König) ha costretto il padre ad aprire un agriturismo in un suo vecchio casolare. Il progetto è coerente con quanto da tempo accade in Sardegna. Ai clienti, per lo più non italiani, viene offerta l’illusione di vivere la stessa vita degli isolani. Per loro Mario si finge pastore. Un mondo vero, serio, forte quanto il sole che lo illumina, è ridotto a finzione ed è messo in vendita come merce pittoresca.

Proprio al «grande dio che splende in cielo» pare rimandi l’antichissima parola sarda che dà titolo ad Assandira (Italia, 2020, 126’). C’è chi ipotizza invece un suo riferimento ad Astarte, la dea madre dei fenici, di cui sarebbe un soprannome. In ogni caso, ass’andira indica un canto tradizionale per intercalari che «si canta anche in chiesa», come nel film ricorda un personaggio minore. Con questa parola sacra, che viene dal fondo del tempo, Mario e Grete chiamano l’agriturismo che hanno preteso da Costantino. Attorno alla loro pretesa, e alla serietà negata e bestemmiata, si sviluppa il racconto tragico – una tragedia, in senso stretto – che Salvatore Mereu ha tratto da un libro dell’antropologo e scrittore sardo Giulio Angioni (Sellerio, 2004).

Come in ogni tragedia, sul racconto gravano morte e colpa. Quando il film inizia, il nero della notte e una pioggia battente avvolgono quel che è accaduto, e pare vogliano nasconderlo. Nel buio, a malapena si intravede un uomo, Costantino, stringere a sé un corpo riverso a terra. Si capirà poi che un incendio ha divorato Assandira, e che Mario è morto nel tentativo di vincere la forza del fuoco. Disperato, Costantino non vorrebbe separarsi da quel che resta di suo figlio. «Sono io il responsabile – dice la sua voce fuori campo –, non ci ho saputo badare». Badare a un figlio, prendersene cura, è il compito di un padre, un compito vero, serio e forte quanto il grande dio che splende in cielo.

Cosa resta ora a Costantino, se non fingere di servire a qualcosa? Cosa può dargli l’illusione che la sua vita abbia ancora senso, se non il tentativo doloroso di afferrare e svolgere il filo nascosto di ciò che è accaduto, tanto al figlio quanto a lui? Così si domanda, prima dentro di sé e poi di fronte al magistrato inquirente. Non lo interroga, il dottor Pestis (Corrado Giannetti), ma gli parla e lo ascolta con un rispetto profondo, partecipando alla sua sofferenza e a quella, tacita, della sua terra bruciata. Costantino vuole trovarlo, quel filo nascosto che potrebbe forse sciogliere la sua colpa, o almeno acquietarla dandole nome e forma. Questo il vecchio sente come suo obbligo morale, e anzi più che morale. Lo deve alla serietà del proprio mondo e al suo ordine antico.

Andando più volte a ritroso di qualche mese, e poi tornando al presente, la sceneggiatura racconta dunque di come Mario e Grete abbiano fatto di Assandira un gioco per turisti. Parte del gioco è diventato anche Costantino, che si è lasciato convincere a recitare per loro la parte del bandito, con tanto di stivali e di fucile in spalla. Gioco è diventata la monta di una giumenta, che quei turisti applaudono come fossero in un qualunque squallido programma televisivo. Gioco è diventato il “fogu aintru“, il sigaro fumato tenendo il fuoco in bocca, come i ladri di pecore e come i fanti della brigata Sassari che durante la Grande Guerra attraversavano le tenebre per andare a innescare mine con micce cortissime, per sorprendere il nemico. E gioco è diventato il mestiere del pastore, “bestemmiato” da Mario, che pastore non è mai stato, mettendo in scena – alla lettera – il rito faticoso e antico della mungitura. La mungitura non è gioco, lo aveva rimproverato il padre, «nessun bambino lo ha mai giocato». Ma poi aveva ceduto, un po’ per il figlio e per Grete, un po’ perché preso lui stesso dal gioco.

Come si chiamerebbe tutto questo, qualora a raccontarlo fosse un autore tragico della Grecia classica, se non hybris, tracotanza, eccesso, rottura dell’ordine? Il gioco ha capovolto in menzogna e illusione Assandira. Hybris è stata certo quella di Mario, che ha pagato con la morte la propria colpa. E hybris è stata ancor più quella di Costantino. Se il figlio non è mai stato pastore, se non pensa più nella sua lingua antica, il padre invece ha sofferto e conosce la serietà della propria terra. Questo è il fuoco che davvero gli brucia dentro. Questa è la sua colpa, che ha pagato con il dolore più grande che un padre possa soffrire. Poco conta come e perché Mario sia morto. Poco conta quello che Costantino ha o non ha fatto, come sa bene il dottor Pestis. Conta la tracotanza, conta l’eccesso, conta la hybris di fronte alla serietà antica del grande dio che splende in cielo.

Roberto Escobar, filosofo politico e critico cinematografico, già ordinario di Filosofia politica e Analisi del linguaggio politico presso l’Università degli Studi di Milano, scrive per Il Sole 24 Ore.

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Questo articolo è di ed è presente nel numero 283 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui