The Social Dilemma - Vorrei ma non posto

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Quanto tempo trascorri online ogni giorno? Prima di proseguire nella lettura di queste righe prova a rispondere, definendo con esattezza la quantità di ore e minuti che passi davanti al display dei tuoi dispositivi. Fatto? Bene, ora che hai formulato una stima, puoi sbirciare la risposta. Secondo i dati forniti da WeAreSocial 2020 in Italia la media giornaliera del tempo speso su Internet è di 6 ore e 4 minuti, mentre il tempo passato sui social media è di 1 ora e 51 minuti. Ovviamente si tratta di un tempo medio, quindi questi numeri potrebbero sembrarti esigui o notevoli, a seconda del tuo rapporto con smartphone, pc e tablet.

Ciò che forse non sai però è che il tempo che gli utenti spendono abitualmente online non costituisce unicamente un dato statistico, una annotazione numerica con finalità di ricerca, ma rappresenta attualmente una grossa fonte di introiti per le società che lavorano nel campo tecnologico e dei social media (e non solo). È proprio sui temi del mercato dei dati, della “monetizzazione della sorveglianza” e della profilazione dei consumatori che si muove il recente documentario “The Social Dilemma” che sta facendo molto parlare di sé (per approfondimenti sull’argomento si veda anche Zuboff, 2019).

Diffuso il 9 settembre da Netflix in 190 paesi, “The Social Dilemma” è il “docu-drama” (documentario drammatico) diretto da Jeff Orlowsky che nel giro di pochissimi giorni si è trasformato in un vero e proprio “caso” internazionale (se stai leggendo questo articolo probabilmente lo hai già visto o sei in procinto di farlo, oppure ti sei semplicemente imbattuto nel titolo scorrendo la home page di un qualsiasi social network). Questo documentario, presentato in anteprima al Sundance Film Festival, sta generando un interesse ed un’attenzione sempre crescente. Non che gli argomenti trattati rappresentino una novità in sé, a colpire è semmai la visione d’insieme che il documentario fornisce. “The Social Dilemma” propone infatti numerose interviste, realizzate con esperti del settore, con persone che hanno attivamente lavorato alla nascita delle piattaforme più note (Facebook, Twitter, LinkedIn, etc.) o con coloro che hanno collaborato con colossi come Google, e dipinge attraverso le loro stesse parole o “ammissioni” uno scenario assai cupo (quasi alla “Black Mirror”?) fatto di ripercussioni negative su comportamenti e diritti umani, salute mentale, privacy e democrazia.

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È certamente di grande impatto ascoltare chi questi strumenti li ha pensati e creati “confessare” candidamente che la situazione sia “sfuggita loro di mano”.

Lo smartphone oggi sembra essere diventato un “oggetto transizionale digitale” per tutte le età, la cui presenza materiale tranquillizza, rassicura. In psicologia il termine oggetto transizionale è stato coniato dallo psicoanalista Donald Winnicott e rappresenta un oggetto fisico, che fornisce conforto psicologico al bambino, sostituendo progressivamente il legame madre-figlio: gli esempi più comuni sono bambole, orsacchiotti o coperte. Tenere lo smartphone in mano, toccarne lo schermo, essere in contatto con un mondo esterno fatto di link o di contatti virtuali dà l’impressione di non sentirsi mai soli, rinforzando all'opposto proprio l’esclusione dal mondo circostante.

L’effetto paradosso sta nel fatto che per discutere di “The Social Dilemma" vengano utilizzati proprio smartphone e social network, ma questo aspetto permette di comprendere come questo “loop” che si autoalimenta (criticare i social parlandone sui social) faccia ormai parte di una realtà con la quale dobbiamo fare i conti. Penso che la visione di "The Social Dilemma" debba essere affrontata con lo sguardo di chi cerca di comprendere quali sono gli effetti che gli smartphone e i social network stanno avendo su ognuno di noi. Soffermarsi solo sul fatto che piaccia o meno, che sia noioso oppure coinvolgente, che sia politicizzato o no, potrebbe far perdere di vista l’opportunità che fornisce, ovvero riflettere sul nostro rapporto con l’era digitale, sia in ottica strettamente soggettiva che sociale.

Già tre anni fa Adam Alter (2017) ricordava che il comportamento umano è guidato da una successione di riflessioni su costi e benefici che determinano se un’azione verrà ripetuta più volte oppure mai, e che quando i benefici superano i costi, è difficile evitare di continuare a replicare un’azione, soprattutto quando tocca i “tasti neurologici” giusti. Chi ha creato e perfezionato i devices tecnologici conosce esattamente quali aree del nostro cervello andare a stimolare, sa cosa rende appetibile la strumentazione, quali contenuti suoni e colori rendono irresistibile la consultazione e la reiterazione del comportamento. Non è un caso che le moderne strumentazioni digitali possano essere facilmente utilizzate anche dai neonati come ha chiaramente rivelato il video virale “A magazine is an Ipad that doesn’t work” (La rivista è un tablet che non funziona), nel quale una bambina di pochi mesi, dopo aver utilizzato un Ipad, clicca inutilmente su un magazine cartaceo, ed in seguito sulla sua stessa gamba, provando a far partire i contributi multimediali come accaduto pochi minuti prima con lo schermo interattivo.

Bormetti (2019) sostiene che chi ha inventato cellulari e social media non avesse inizialmente l’intenzione di influenzare con tale forza la nostra vita, anche se in definitiva è quel che è accaduto, perciò suggerisce di applicare all’utilizzo dello strumento tecnologico il metodo SMART, ovvero letteralmente: Studia il tuo comportamento, Metti in chiaro i tuoi obiettivi, Attua il cambiamento, Riqualifica il tuo tempo, Traccia nel futuro. Altri testi propongono programmi di “digital detox” (disintossicazione digitale) mentre altri, drasticamente, suggeriscono di cancellare tutti i profili personali dai social media.

Il piacere digitale_COPE_.jpg Personalmente ho voluto proporre una chiave di lettura “integrata”. Ci troviamo in un momento storico nel quale, passata la “sbornia” della novità, facciamo i conti con tutto ciò che si è trasformato all’interno delle relazioni e dei comportamenti umani a seguito dell’onnipresenza dello smartphone. Attraverso la scrittura de “Il Piacere Digitale”, la mia volontà è stata quella di ideare un testo che potesse aiutare a riflettere o quantomeno a soffermarsi sulle proprie azioni, evitando di cadere nel tranello della comodità, della routine, dell’agire non ragionato, che spesso nasconde i rischi più insidiosi. La tecnologia non è uno strumento positivo o negativo di per sé, è sempre l’uso a caratterizzare in un senso o nell’altro lo strumento. L’era digitale deve contribuire ad un aumento del benessere, non ad una sua diminuzione. Se questo accade, significa che dobbiamo interrogarci su quali siano le migliori pratiche da mettere in atto per rendere la tecnologia un valore aggiunto per il perseguimento di un maggiore equilibrio psico-fisico.

I pc, i tablet, gli smartphone sono strumenti eccezionali, di cui abbiamo la fortuna di disporre, mezzi importantissimi che ci danno la possibilità di svolgere attività impensabili fino a pochi anni fa, ma non dobbiamo sciupare questa occasione. Non dobbiamo dimenticare di essere umani, sottovalutare o nascondere quelle che sono le nostre caratteristiche ed i nostri bisogni. Non dobbiamo permettere al virtuale di sostituire ciò di cui più prezioso abbiamo: la relazione. Il bisogno di controllo, la noia e la solitudine sembrano essere diventati i mali dell’uomo moderno ed il cellulare riesce a colmare perfettamente tutti questi vuoti. Il piacere digitale può essere raggiunto solo se riusciamo nella grande sfida di integrare lo strumento tecnologico nelle nostre vite, senza rinnegare e sminuire quelli che sono i fattori costituenti di buone relazioni. Non esistono ricette magiche: il piacere digitale non è qualcosa di scontato, ma va costruito consapevolmente (Spaccarotella, 2020). 

Spaccarotella.png  Michele Spaccarotella è psicologo e psicoterapeuta psicodinamico. Svolge la libera professione a Roma nell’Istituto Italiano di Sessuologia Scientifica (IISS), presso il quale è responsabile della didattica e docente nel corso biennale in Psicosessuologia. È cultore della materia presso la cattedra di Parafilie e Devianza (Prof. Fabrizio Quattrini) dell’Università degli Studi dell’Aquila. Si occupa di ricerca e clinica nel campo della dipendenza sessuale ed è infatti co-Autore del QDS (Questionario sulla Dipendenza Sessuale). Conduce seminari divulgativi ed è autore di diversi articoli in ambito psicologico e sessuologico. Collabora con radio locali e nazionali e con importanti testate giornalistiche.
Facebook: Il piacere digitale - Dottor Michele Spaccarotella
Instagram: @dottormichelespaccarotella

Bibliografia

Alter A. (2017), Irresistibile. Come dire no alla schiavitù della tecnologia, Giunti Psychometrics, Firenze.
Bormetti M. (2019), #Egophonia. Gli smartphone fra noi e la vita, Hoepli, Milano.
Spaccarotella M. (2020), Il Piacere Digitale #Sex&TheSocial, Giunti Psychometrics, Firenze.
Zuboff S. (2019), Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, LUISS University Press, Roma.