Non dire non. L'importanza di comunicare in positivo

Il cervello ha più difficoltà a decodificare messaggi con il “non”. Specie nelle esortazioni, dunque, optiamo per le versioni affermative.

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«Spesso contraddiciamo un’opinione mentre ci è antipatico soltanto il tono in cui è stata espressa». Chi di noi non ha verificato almeno una volta questo sagace aforisma di Nietzsche? Quante volte, pur sapendo che ha perfettamente ragione, ci troviamo a discutere con il nostro partner perché siamo infastiditi dalle modalità con cui comunica? Per non parlare dell’irritazione che provocano le prediche, vengano esse dai genitori, dagli insegnanti o dal medico. Benché siamo abituati a pensare che ciò che conta sia solo il contenuto del messaggio, in realtà la forma con cui viene espresso è fondamentale per la sua accettazione o rifiuto.

Uno degli aspetti più importanti di cui tenere conto quando comunichiamo è l’utilizzo di formule negative, ossia di tutto quello che si esprime con il non. Le negazioni non piacciono innanzitutto al nostro cervello. È stato dimostrato, per esempio, che il messaggio «Non dimenticarti di telefonare a tua madre» viene ricordato con maggior difficoltà dell’analogo «Ricordati di telefonare a tua madre», perché richiede al nostro cervello una doppia decodifica del messaggio. Ma le negazioni sono particolarmente subdole anche perché ci obbligano a raffigurare quello a cui non vorremmo pensare. Una richiesta apparentemente innocente come quella di «non pensare a un elefante rosa», per esempio, è impossibile da soddisfare, dal momento che dobbiamo raffigurarci proprio l’elefante color confetto per cercare di non pensarci.

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Questo articolo è di Roberta Milanese ed è presente nel numero 279 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto