Il trauma: problema clinico o paradigma teorico?

Le alterne fortune, nella storia della psichiatria e della psicoterapia, della nozione di trauma, un costrutto a cui è sbagliato riferire ogni forma di esperienza dolorosa.

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Di trauma oggi si parla ovunque. Dopo essere stato trascurato per anni, è di nuovo al centro dell’attenzione, è il grande tema della sofferenza emotiva e mentale di questa epoca. Da alcuni anni, infatti, sono popolari alcuni trattamenti specializzati per gli stati traumatici. Queste terapie del trauma sono indubbiamente efficaci per trattare i disturbi determinati da situazioni di pericolo estremo. Il caso migliore è quello dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) di Shapiro (2001) per il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) soprattutto in infanzia e adolescenza.

Il problema si ha quando una terapia aspira a diventare un modello universale dell’intera sofferenza emotiva. Così accade che il concetto di trauma tende a estendersi sempre di più: si passa dal trauma incontrovertibile, in cui la stessa sopravvivenza fisica è stata messa in pericolo, al trauma cosiddetto “cumulativo”, in cui un susseguirsi di eventi dolorosi diventa traumatico. Oppure si passa al neglect, la trascuratezza, la freddezza e la deprivazione emotiva. Insomma, la serie di circostanze che vanno sotto il nome di “trauma piccolo” o “trauma dell’attaccamento”.

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Questo articolo è di Gabriele Caselli, Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli ed è presente nel numero 279 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto