Vite in gioco

Psicopatologia e contesti di vita del gambler

Il gambler, cioè il dipendente dal gioco d'azzardo, è un individuo la cui ludopatia non ricade soltanto su di sé, ma anche sulle sue diverse aree di vita e sulla sua famiglia. 

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Il gioco d’azzardo, attività ludica che affonda le radici in epoche lontane, rientra nella categoria dei cosiddetti “giochi di Alea”, regolati dal caso, nei quali le abilità del giocatore non hanno influenza alcuna sul risultato.

Si può parlare di “azzardo” quando viene messa una posta in palio, la puntata non può essere ritirata e l’esito finale della giocata è affidato totalmente, o in larga parte, al caso (Ladouceur et al. citt. in Croce e Rascazzo, 2013).

Per i cosiddetti “giocatori sociali”, che circoscrivono il gioco a precisi limiti di tempo e luogo e con una frequenza non assidua, tale attività consente di sperimentare momentaneamente l’illusione della vincita e offre la piacevole sensazione di sfidare la sorte e gli avversari, non rientrando, in tale forma, in alcuna categoria patologica. 

Tuttavia, Custer (cit. in Lavanco e Varveri, 2006) sottolinea come l’interazione tra i fattori individuali e ambientali possa contribuire all’insorgenza e mantenimento del disturbo e come sussista un continuum tra le categorie di giocatore sociale, problematico e dipendente.

In tale ottica, il gioco patologico più che configurarsi come un fenomeno statico costituisce l’esito finale di un processo dinamico che si dispiega nel tempo, attraverso fasi diverse che vedono il gioco mutare dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo.

Quando la funzione ludica del gioco passa in secondo piano, può innescare una spirale inarrestabile, con conseguenze spesso drammatiche sulla salute propria e altrui.

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Questo articolo è di Alessandra Salerno, Miriana P. Vella ed è presente nel numero 269 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto