Per un aiuto nel mio lavoro, a chi posso rivolgermi?

Il servizio di consulenza lavorativa, sempre più presente anche nelle organizzazioni italiane, migliora le prestazioni e la soddisfazione del lavoratore, riduce il suo assenteismo e la sua volontà di lasciare l’azienda.

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Finalmente anche nella mia azienda siamo riusciti a ottenere uno sportello di ascolto che possiamo usare per far emergere le nostre difficoltà nella vita lavorativa quotidiana, disagi interpersonali o momenti di crisi che alla lunga sono stressanti. Sicuramente aiuta molto trovare un esperto, uno psicologo disposto ad ascoltare e a provare a darti una mano. Questo servizio è nato per affrontare i problemi dello stress e forse proprio per questo si concentra sulle cose che non vanno... ma io, nel mio ruolo di caposquadra, vorrei qualcosa di più, cerco un aiuto per migliorare, una consulenza non solo per imparare a correggere i miei difetti, ma per fare meglio le cose e realizzarmi nel mio lavoro».

In queste poche frasi si concentrano i pregi e i limiti del workplace counselling (consulenza lavorativa), o meglio si intravede il rischio di un uso parziale di questo servizio d’aiuto che si sta diffondendo anche in Italia. Va sottolineato, infatti, che gli interventi consulenziali non sono tutti uguali, ma si differenziano in base alle loro finalità. Queste possono essere descritte considerando un continuum che ai poli estremi vede: a) la correzione o i rimedi a condizioni di debolezza del lavoratore (interventi sul disagio); b) il potenziamento dei suoi punti di forza (interventi di sviluppo professionale ed empowerment).

CONSULENZA REATTIVA O CORRETTIVA

Quando nei luoghi di lavoro si attiva una relazione consulenziale basata su uno scambio fiduciario tra il lavoratore e il consulente è facile che prevalgano le finalità di aiuto e rimedio a condizioni di disagio o di sofferenza, in quanto più salienti e urgenti per la persona. Spesso il lavoratore si trova da solo con il proprio disagio, perché difficilmente ne parla con il proprio capo, temendo di mostrare di non essere all’altezza del proprio ruolo, o con gli stessi colleghi, convinto che non sarebbe capito. Dunque, lo “sportello di ascolto” può rappresentare un’opportunità per affrontare situazioni scomode, esprimere bisogni e malessere e manifestare il proprio vissuto personale e professionale all’interno di una relazione con un esperto. È un luogo sicuro per parlare di questioni disturbanti (per esempio, il sovraccarico, il bullismo, i colleghi difficili, le crisi in diverse fasi della vita) e trovare soluzioni ai problemi o almeno sviluppare modalità migliori per gestirli. Non si tratta di dare consigli, ma di fornire un mezzo non giudicante, una compartecipazione empatica, accessibile e di sostegno per consentire di “staccare” e di riflettere al fine di trovare un modo per andare avanti meglio. (...)

Questo articolo è di Guido Sarchielli ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto