Uccidere per amore?

Le cause dei femminicidi risalgono davvero a un raptus e a una perdita di autocontrollo per gelosia come spesso appare dalle ricostruzioni dei media? Oppure ci troviamo ancora purtroppo sul terreno di stereotipi duri a morire?

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Si può uccidere per amore? A più di trent’anni dall’abolizione dell’articolo 587 del Codice Penale (il cosiddetto delitto d’onore) pare che ancora sopravviva lo stereotipo secondo cui una persona può essere preda di un’aggressività letale in seguito a una scelta sessuale della propria partner o del proprio partner. Ne troviamo il riflesso per esempio nell’espressione “amore criminale”, titolo di una ben nota trasmissione televisiva nonché di alcuni pur per altri aspetti validi saggi. L’associazione violenza-amore è inoltre riproposta ogniqualvolta i media danno notizia di un femminicidio attribuendolo alla “gelosia”, parola che, come indicano i dizionari della lingua italiana, implica amore per la persona che si teme di perdere.

L’associazione tra amore e delitto si alimenta sulla base dell’intreccio che effettivamente esiste tra amore e sopraffazione: una madre può imporre al bambino una sanzione per educarlo o vietargli qualcosa per proteggerlo, un maestro può controllare e criticare per insegnare e noi stessi, quando un amico depresso non vuol veder nessuno, possiamo diventare invadenti.

Come distinguere il controllo e la coercizione amorevoli dalla violenza? Un metodo consiste nel porre l’antico quesito: “Cui prodest?”. Controllo e coercizione possono essere segno di amore solo se servono a fare il bene dell’altro. In tutti gli altri casi servono a soddisfare un’esigenza di chi li esercita e sono quindi solo violenza.

Talvolta non è facile individuare la linea di demarcazione tra ciò che facciamo per il bene dell’altro e ciò che, invece, serve a rassicurare noi stessi o a colmare un nostro vuoto. Nel caso della violenza fisica, tuttavia, questo dubbio non ha ragione di esistere: giacché un’aggressione non può evidentemente mai fare bene a chi la subisce. E, qualora le aggressioni vengano commesse all’interno di una relazione in cui il partner che aggredisce si comporta invece in altri momenti in modo amorevole, tale contesto non le rende meno importanti, ma, anzi, come ben sa chi opera nei centri antiviolenza, fa sì che possano essere vissute da coloro che le subiscono come un tradimento, tradimento tanto più grave quanto più profondo è il legame affettivo.

GELOSIA

È per queste ragioni che risulta fuorviante presupporre la gelosia come motivazione di un femminicidio. Per questi delitti dovremmo riconoscere la nostra impotenza nel decifrare per ogni singolo caso quella molteplicità di fattori che, concorrendo in modo complesso, possono sfociare in tragedia. Qualora tuttavia si vogliano ricercare le motivazioni del crimine, si potrebbero forse indicare, a seconda delle circostanze, la vendetta, magari in seguito alla sofferenza dell’abbandono – in questo caso talvolta contestualmente al femminicidio viene commesso un figlicidio – o la rabbia, magari per l’attribuzione all’ex partner della responsabilità per i fallimenti della propria vita, insieme con la disperazione (credere di non poter vivere senza quella donna, vedere nella propria vita solo fallimenti, ecc.) o, in diverse tipologie di crimine, l’opportunismo (per esempio liberarsi di una moglie per non doverle versare gli alimenti). Se è ben comprensibile che un giornalista annunciando un femminicidio reputi inopportuno ipotizzare sentimenti così meschini a carico di un uomo che giace in una condizione compassionevole come il carcere o che è defunto essendosi suicidato, è anche vero che lo stereotipo che attribuisce il delitto a gelosia può facilitare nel pubblico diversi errori di percezione delle violenze maschili sulle donne. 

"COLTO DA UN RAPTUS, UCCIDE LA COMPAGNA"

Innanzitutto lo stereotipo che associa il delitto a gelosia suggerisce che esso sia l’esito di una perdita dell’autocontrollo. Infatti è spesso presente nelle cronache dei femminicidi una sorta di attribuzione di psicopatologia all’autore anche in assenza di qualunque diagnosi psichiatrica che abbia stabilito uno stato mentale di infermità o seminfermità: il delitto è definito come “raptus” o l’uomo dipinto come “folle di gelosia”, “malato di possesso”, ecc. Si viene così a creare l’immagine mediatica di un mostro: un uomo pericoloso suo malgrado. 

Attribuire un femminicidio a un discontrollo derivante da gelosia induce inoltre il pubblico a considerarlo come una reazione a precisi comportamenti della vittima – quelli, appunto, atti a suscitare gelosia. Indirizza quindi la ricerca delle ragioni del delitto nei comportamenti della donna. Quando poi, nelle varie fiction o docufiction che ricostruiscono i femminicidi al cinema o in Tv, oltre ad attribuire all’autore del delitto un discontrollo di natura passionale, viene anche proposta l’immagine della vittima in abiti succinti o in atteggiamento seduttivo, questo può trasmettere allo spettatore l’idea che la vittima stessa abbia contribuito a creare lo stato di discontrollo nel suo assassino, magari seducendo l’uomo per poi rifiutarlo.

Si può purtroppo temere che lo stereotipo che attribuisce l’uccisione della donna alla gelosia possa in taluni casi giungere a influenzare i comportamenti degli spettatori. Un uomo che desideri aggredire o uccidere la partner o l’ex partner può essere indotto a identificarsi in un personaggio romantico preda delle proprie passioni. Inoltre, i suoi familiari e amici possono essere fuorviati nel loro sforzo di aiutarlo e ritenere impossibile imporgli il controllo dell’aggressività: l’uomo può produrre violenze sempre più nocive per la donna senza ricevere feedback circa la gravità dei propri comportamenti, rimanendo egli stesso prigioniero dell’escalation di violenze, che può arrivare fino a quell’atto con il quale distruggerà la vita della donna e la propria. Infatti, non raramente, nella cronaca di un femminicidio si possono riscontrare precedenti aggressioni di fronte alle quali non solo le forze dell’ordine, pur allertate, non agirono efficacemente a tutela della donna, ma gli stessi familiari e amici dell’uomo si mostrarono inerti o impotenti. 

In realtà, il controllo dell’aggressività è una delle prime acquisizioni nell’apprendimento delle regole sociali. Il piccolo della specie umana tende a provare interesse per la violenza. Per questo deve apprendere molto precocemente, nella contrattazione come nel gioco, quali persone o animali si possono o non si possono aggredire, fino a che punto e in quali contesti. Non ci sono passioni tanto forti da soverchiare la nostra capacità di controllo dell’aggressività fino al punto da costringerci a commettere un delitto contro la nostra stessa volontà. Nei casi in cui viene accertata una infermità o seminfermità a monte di un delitto, la causa di tale patologia non consiste tanto nell’intensità di un sentimento o di una emozione, quanto piuttosto in un fattore patologico che ha compromesso la consapevolezza o la volontà (infatti, l’art. 90 C. P. stabilisce che «Gli stati emotivi e passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità»).

"UCCISA AL CULMINE DI UNA VIOLENTA DISCUSSIONE"

Quando l’uomo uccide una donna all’interno di una relazione di coppia, lo stereotipo secondo cui la violenza può essere generata da gelosia, e quindi da amore, può facilitare la confusione tra il delitto e quelle forme di controllo o coercizione amorevoli che possono avvenire nelle interazioni di coppia. Di conseguenza, lo stereotipo può indurre la percezione della violenza come generata dalla dinamica delle interazioni, quasi che la donna ne fosse in parte responsabile; infatti, è frequente che nelle cronache le aggressioni perpetrate dall’uomo sulla donna e le conseguenti reazioni di autodifesa di quest’ultima vengano riferite come “violente discussioni”, “spirale di violenza”, ecc. 

Equiparare le aggressioni a interazioni di coppia, oltre a responsabilizzare, sia pure solo in parte, la vittima, può indurre a sottovalutare la gravità degli stessi atti violenti, concorrendo a quella minimizzazione che è tipicamente operata dagli autori delle violenze. Ciò può rinforzare lo stereotipo secondo cui la violenza domestica è un fatto privato, in qualche misura accettabile. Ovvio che la donna che abbia subito nell’infanzia forme di maltrattamento in famiglia sarà più facilmente condizionata dallo stereotipo che associa amore a violenza e quindi più facilmente indotta a cadere in questi errori di autoresponsabilizzazione e sottovalutazione della gravità delle violenze.

"DONNE PSICOLOGICAMENTE DIPENDENTI"

Nelle ricostruzioni dei prodromi dei femminicidi si riscontrano non raramente scelte apparentemente incoerenti delle vittime, come separazioni seguite da riavvicinamenti o querele seguite da remissioni. Tale alternarsi di rifiuti e riconciliazioni può essere considerato una concausa dell’esasperazione dell’uomo. Gli esperti e le esperte interpellati nei vari talk show o docufiction tendono a interpretare queste scelte, apparentemente contraddittorie, delle donne, ipotizzando fragilità o dipendenza psicologica. Ne deriva una forma di responsabilizzazione delle vittime, sia pure senza colpevolizzazione.

In realtà, la dipendenza psicologica risulta documentata solo in alcuni casi e comunque in genere il delitto avviene quando la donna, se anche è stata dipendente dal partner, riesce a superare tale dipendenza. Per comprendere il perché di una condotta apparentemente dipendente o incoerente della vittima può essere utile considerare il contesto in cui la donna ha vissuto prima di essere uccisa, contesto che comprende parenti, conoscenti, professionisti informati delle violenze, nonché le autorità alle quali spesso la donna aveva rivolto la richiesta di protezione. Emerge così non raramente che la donna è stata uccisa nonostante le aggressioni subite da parte dell’uomo fossero note ai familiari e denunciate alle autorità: è evidente quindi che la donna, malgrado avesse chiesto aiuto, non era stata protetta efficacemente. In una tale situazione, scelte quali ritirare la denuncia o ritornare a vivere con l’aggressore o concedergli un incontro “di chiarimento” si possono ragionevolmente interpretare, anziché come incoerenze, come tentativi di ammansire l’uomo, per la paura derivante dalla consapevolezza dell’inefficacia della protezione offerta dai familiari e dalle forze dell’ordine.

DALLE SOFFERENZE INDIVIDUALI UNA POSSIBILE CRESCITA COLLETTIVA

Le case di rifugio a indirizzo segreto, in cui le donne minacciate di morte sono costrette a sparire anche dopo aver denunciato allo Stato violenze e minacce, sono la prova inconfutabile di un momento di grande difficoltà del nostro sistema dei diritti nel garantire a tutte le cittadine l’incolumità.

Cionondimeno, il sacrificio di tante vittime ha significato la costituzione di una rete di solidarietà femminile intelligente che ha come riferimenti i centri antiviolenza e molte altre realtà associative femminili. Qui si sono creati spazi per esperienze di empowerment in cui donne che subiscono violenze nel rapporto con il compagno, ma anche sul luogo di lavoro, possano rielaborare le sofferenze da un punto di vista “terzo”, al di fuori del contesto colpevolizzante qual è una relazione impari e alienante, acquisire strumenti per ricostruire la stima di sé che le violenze hanno compromesso, socializzare la paura, offrire ad altre donne condivisione e, nel momento in cui sia utile, affrontare un percorso psicoterapeutico.

Più la cultura che cresce in questi ambiti si diffonde nella società allargata e va a contrastare stereotipi che già progresso politico, scienza e diritto hanno reso obsoleti, più saremo in grado di prevenire le violenze dei partner o di soffocarle al primo manifestarsi, rendendo l’aggressore oggetto di una ferma, drastica e unanime condanna, senza se e senza ma, e contrastando la solitudine della donna con legami di solidarietà.

Un momento rilevante di questa crescita culturale è smascherare le parole e le immagini dei media che indulgono agli stereotipi che associano violenza e amore spesso paradossalmente all’interno di produzioni finalizzate alla prevenzione della violenza maschile sulle donne.

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Questo testo è tratto dall'articolo di Piera Serra
presente nel numero 250 della rivista.
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