Tecnica

Da tempo, la tecnica è ormai diventata come l’atmosfera nella quale viviamo e la sua razionalità efficientista non si fa troppi problemi ad anteporre le istanze pragmatiche alle esigenze dell’uomo.

tecnica.jpg

Siamo tutti persuasi di abitare l’età della tecnica, di cui godiamo i benefici in termini di beni e spazi di libertà. Siamo più liberi degli uomini primitivi, perché abbiamo più strumenti di cui disporre e più campi di gioco in cui inserirci. Ogni rimpianto, ogni disaffezione dal nostro tempo hanno del patetico.

Ma nell’assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non è troppo antico per abitare l’età della tecnica. 

La tecnica, infatti, ci ha progressivamente distanziato dalla natura (visualizzata come semplice materia prima o illimitato serbatoio di risorse) e inserito in un mondo artificiale al cui sviluppo tutti concorriamo, in vista non di un “progresso” (che fa riferimento al miglioramento qualitativo della condizione umana), ma, come faceva notare Pasolini, di un semplice “sviluppo” (che fa riferimento unicamente all’aumento quantitativo delle disponibilità tecniche). Uno sviluppo che non ha altro scopo se non il proprio autopotenziamento. 

Premium

Vuoi leggere la versione completa dell’articolo?

Accedi al sito se hai già un abbonamento alla rivista oppure personalizza il tuo piano e abbonati subito.

Accedi

Questo articolo è di Umberto Galimberti ed è presente nel numero 269 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto