Straniero

“Strano” ed “estraneo”, due parole che oggi qualificano lo “straniero”, qualcuno che riusciamo a tollerare solo se rinuncia alla propria identità originaria.

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Straniero, come scrive il filosofo Hans Jonas, è chi proviene da un altro luogo e a quelli del luogo appare strano, non familiare, incomprensibile. Allo stesso modo, il luogo che lo straniero si trova ad abitare è per lui estraneo e perciò carico di solitudine. Angoscia e nostalgia della patria sono parte del destino dello straniero, che, non conoscendo le strade del Paese estraneo, girovaga smarrito. Se poi impara a conoscerle troppo bene, allora dimentica di essere straniero e si perde in un senso più radicale perché, soccombendo alla familiarità di quel mondo non suo, diventa estraneo alla propria origine. Nell’alienazione da sé l’angoscia sparisce, ma comincia la tragedia dello straniero che, dimenticando la propria estraneità, dimentica anche la propria identità.

Per questo quando sento parlare di “integrazione dello straniero” leggo, sotto queste parole, una sorta di mancanza di rispetto, dato che ciò che allo straniero si chiede è di rinunciare alla sua differenza, in cui affondono le radici della sua identità. Allo straniero si può chiedere senz’altro di ottemperare alle leggi del Paese in cui è giunto, ma non di “integrarsi” rendendosi estraneo alle origini proprie. 

Se lo straniero ha l’esigenza di difendere la propria identità in un contesto dove convivono molte culture, forse la strada da percorrere non è quella della gelosa e unilaterale custodia della propria identità, ma quella del reciproco riconoscimento, una via segnalata da Jürgen Habermas, Charles Taylor e, qui da noi, da Carmelo Vigna e Stefano Zamagni; secondo questi autori è possibile raggiungere il reciproco rispetto e il reciproco sostegno delle rispettive identità culturali alla condizione che «si riconosca non soltanto l’identità originaria (quella intravista dalla tradizione illuministica), ma anche l’identità utopica che guarda a un futuro da compiere, a un destino di buona vita e libertà. Per tutti gli esseri umani e nella loro identità itinerante (storica)».

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Questo articolo è di Umberto Galimberti ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto