Siamo umani, la fatica ci appartiene

La percezione della fatica non è un dato oggettivo. È qualcosa che dobbiamo imparare a decifrare meglio, liberandolo dai condizionamenti culturali e dalle distorsioni emotive. 

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Per un soggetto depresso, salire una rampa di dieci scalini può rappresentare una fatica insormontabile; per una persona innamorata o che ha appena scoperto di avere vinto alla lotteria, la stessa gradinata rappresenta un ostacolo insignificante. Se corriamo per salvarci la vita – esattamente come Dustin Hoffman nel celebre film Il maratoneta – siamo disposti ad accettare livelli di fatica impensabili; se invece la suocera ci chiedesse di accompagnarla nel suo jogging quotidiano, ci sentiremmo esausti molto prima, a fronte di un dispendio energetico ben più modesto.

La percezione della fatica non è qualcosa di oggettivo. Essa risulta in gran parte “filtrata” dai nostri atteggiamenti, dalle nostre aspettative, dalla nostra personalità e dai nostri codici culturali. Siamo abituati a pensare il contrario: e a credere che le sensazioni di fatica rappresentino una misura diretta del lavoro muscolare e cardio-vascolare in atto. Ma questo è il retaggio culturale di un modello risalente al 1924. E dell’opera di un fisiologo geniale, vincitore nel 1922 del premio Nobel per la medicina, l’inglese Archibald Hill. Il modello di Hill domina tuttora nella fisiologia dell’esercizio, e di conseguenza anche nella scienza dell’allenamento.

È un modello energetico, dove la fatica e i limiti della prestazione sono spiegati esclusivamente in termini metabolici («tanto maggiore è l’energia prodotta, quanto più intensa sarà la fatica percepita»). Ai fattori psicologici e motivazionali non viene lasciato alcuno spazio.

In realtà, nel corso degli anni, il modello di Hill, pur essendo solido e ampiamente predittivo della prestazione, ha cominciato a presentare delle fragilità. Intanto diventa sempre più evidente come i processi energetici dell’organismo siano in grado di autoregolarsi, grazie a una costante implicazione del sistema nervoso; a tal punto da “apprendere” attivamente strategie per consumare meno energia a parità di prestazione. Inoltre ci sono tipi di fatica che non riusciamo a spiegare in base alle ipotesi di Hill.

Del resto, è esperienza comune nel mondo sportivo che l’aritmetica metabolica non spieghi totalmente la fenomenologia della fatica: per esempio, se la prestazione dipendesse soltanto dai processi energetici, come sarebbe possibile avere arrivi al traguardo “testa a testa” fra maratoneti di livello mondiale? (...continua sulla rivista)

Questo testo è tratto dall'articolo di Pietro Trabucchi
presente nel numero 260 della rivista.
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