Sfide terapeutiche: trattare i casi impossibili

Casi impossibili solo all’apparenza possono in realtà essere risolti propiziando la cosiddetta “esperienza emozionale correttiva”. Dove il paziente impara a guardare al proprio problema con occhi diversi.

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Per introdurre l’argomento della terapia dei casi cosiddetti “impossibili”, ritengo indicato partire da qualche esempio storico. Viktor Frankl è stato l’interprete di uno dei più bei casi di questo tipo, come già illustrato in un mio precedente contributo su Psicologia contemporanea (Nardone, 2017). Egli, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in cui visse la terribile esperienza di essere deportato, tornò nella sua Vienna e riprese il posto di direttore dei servizi psichiatrici, quasi come se la terribile esperienza del campo di concentramento lo avesse reso ancora migliore nella professione di aiutare gli altri. Un giorno venne chiamato a testimoniare la propria esperienza da un altro grande personaggio della storia della psicoterapia, Heinz Von Foerster, il quale, immediatamente dopo l’annuncio della fine della guerra, insieme a un amico, aveva riattivato la luce elettrica a Vienna, arrampicandosi su ogni pilone dei fili elettrici della città, raggiungendoli in motocicletta.

Egli, come Viktor, si impegnò molto a dar vita alla città, sottoposta a una totale repressione dalle forze naziste. Von Foerster si impegnò a tenere un programma mattutino a Radio Vienna, a cui invitava insigni personaggi che contribuivano all’opera di rinascita. Invitò anche l’insigne psichiatra; Frankl, durante la trasmissione, raccontò la propria esperienza, compresa la perdita di moglie e figlia, viste per l’ultima volta quando, durante la deportazione, le SS le avevano divise da lui, giacché destinate a due differenti campi di concentramento. 

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Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto