Sfidare sé stessi per crescere

Per affinare le proprie abilità è necessario non dormire sugli allori del talento, ma mettersi continuamente alla prova.

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Sono sempre stato affascinato dalla prestazione umana. Atleti, esploratori, scienziati e artisti capaci di spingersi oltre i limiti dello status quo, di andare oltre le barriere del momento e di superare perfino sé stessi sono un esempio bellissimo di cosa la specie umana è in grado di fare. L’interesse per i meccanismi che regolano la prestazione mi ha portato a laurearmi in Medicina, a studiare medicina dello sport e poi a lavorare per oltre sette anni come medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea. Da lì sono approdato alla medicina antiaging, che ho contribuito a diffondere in Europa, per poi cambiare ancora e dedicarmi esclusivamente al coa­ching e all’aumento della prestazione

In questo mio percorso piuttosto lungo ho notato che spesso tendiamo a pensare al termine “prestazione” come a qualcosa che riguarda persone speciali che riteniamo fatte di un materiale diverso dal nostro, quali appunto gli atleti o gli astronauti. Riteniamo che l’alta prestazione sia il frutto di un talento innato che alcuni hanno, ma che la maggior parte di noi non possiede. Eppure le cose non stanno così.

Si può dare il massimo di sé in qualsiasi campo, come impiegati, mamme, avvocati o insegnanti, con gli altri, con noi stessi, con i familiari, con gli sconosciuti. Si può continuare a migliorare nelle proprie capacità fisiche e mentali per tutta la vita. L’epigenetica conferma che le nostre scelte e i nostri comportamenti modulano l’espressione dei nostri geni e dunque danno vita a un destino più o meno positivo sul piano psicofisico. La neuroplasticità conferma che il cervello si adatta, in termini di anatomia e di funzioni, agli stimoli che riceve. Insomma, la scienza conferma che la vita è in larga misura nelle nostre mani e che il miglioramento della prestazione e la crescita personale sono alla portata di tutti. La prestazione massima emerge da uno stato di grande coerenza tra bisogni profondi, valori personali, comportamenti e i risultati che si ottengono come conseguenza di tutto ciò.

Ci sono alcuni fattori che contraddistinguono qualsiasi tipo di alta prestazione:
1) un enorme livello di pratica che porta a un alto grado di padronanza;
2) una qualche forma di piacere o di divertimento percepiti nell’eseguire il compito;
3) uno stato mentale di profonda concentrazione e isolamento, che rende lo scorrere del tempo quasi impercettibile.

Sul piano neurofisiologico l’alta prestazione coincide con una condizione detta di flow (letteralmente, “flusso”) in cui una persona è totalmente e profondamente immersa in ciò che fa, si sente ricaricata, resa appunto quasi fluida, dalla fatica stessa affrontata. Questo stato è molto simile, se non del tutto sovrapponibile, a quello che si ottiene con la meditazione, ed è causato da uno specifico cambiamento delle onde cerebrali e da un fenomeno detto di “ipofrontalità transitoria”. Si tratta di una temporanea disattivazione della corteccia prefrontale, la zona del cervello responsabile della maggior parte delle funzioni cognitive, comprese quelle negative dell’autogiudizio, dell’autosabotaggio, del dubbio e del “rumore di fondo”, delle nostre paure che fungono spesso da principali freni per la prestazione stessa.

Come abbiamo accennato in precedenza, contrariamente a ciò che si pensa, l’alta prestazione non è il prodotto del talento, ma di una pratica deliberata ben gestita nel tempo. La padronanza si ottiene con il perfezionamento progressivo di un gesto, la sua ripetizione deliberata, ossia consapevolmente voluta e permessa da un alto grado di concentrazione. Tuttavia, affinché il progressivo perfezionamento sia davvero in grado di portare a una padronanza ottimale del gesto, sono necessari alcuni requisiti.

[1] isolamento mentale: non è possibile ottenere un elevato grado di prestazione se la mente è bombardata da troppi stimoli in contemporanea. Occorre trovare un modo per isolarsi e perdersi in quello che si sta facendo.

[2] selezione operativa: conseguenza diretta del primo punto è la necessità di selezionare un singolo compito a cui addestrarsi. Quando i compiti sono complessi può essere utile imparare a frazionarli in varie sotto-componenti come fa un atleta che allena diverse funzioni separatamente.

[3] piacere emotivo: il carburante che sostiene la prestazione massima è il piacere emotivo, e non il sacrificio né tantomeno la forza di volontà, che si esaurisce assai velocemente. È molto difficile ottenere una prestazione elevata in qualcosa che non ti piace davvero.

Ogni persona può arrivare all’alta prestazione nello specifico settore in cui sceglie di addestrarsi. Il talento e la genetica contano molto meno di quello che si pensa. È invece necessario sviluppare un bagaglio di conoscenze e trasformarle in un piano d’azione. Come un atleta diligente, si tratta di ripetere nel tempo i giusti “allenamenti” per ottimizzare la propria prestazione.

Esiste tuttavia un ultimo aspetto da tenere in considerazione: quello del non smettere di sfidare sé stessi, se si vuole continuare a migliorare. L’essere umano, anche per ragioni evolutive, cerca il comfort, ma questo, oltre una certa misura, diventa anche la sua trappola più pericolosa. Il miglioramento avviene solo se alziamo l’asticella, non così tanto da non farcela a superarla, ma quanto basta per rendere il salto almeno un po’ difficile. Insomma, potrebbe essere utile ricordarsi che se sei sempre il primo della classe significa solo che è arrivato il momento di cambiare classe.

Filippo Ongaro, già medico degli astronauti, è un esperto di crescita personale e alta prestazione. È autore di molti best seller e uno degli esperti più seguiti online. È stato professore a contratto all΄Università di Bologna e al King΄s College di Londra e ha collaborato con televisioni, radio e giornali italiani e internazionali. Vive e lavora in Svizzera. Il suo sito è www.filippo-ongaro.com

Questo articolo è di Filippo Ongaro ed è presente nel numero 277 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto