Selfie, dunque sono

L'enorme diffusione dei selfie, specialmente presso i più giovani, si spiega con il desiderio di mostrare ciò che si vorrebbe essere e che non sempre si ha la capacità di diventare. 

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All’inizio del 2017 Google ha rilasciato un dato che mi ha fatto riflettere: solo sui suoi server, nel 2016 sono stati caricati oltre 20 miliardi di selfie. Se aggiungiamo quelli presenti su Facebook, Instagram e WhatsApp possiamo stimare che in un anno siano stati realizzati circa 50 miliardi di selfie: più di 7 selfie per ogni abitante della terra, neonati compresi.

Da un punto di vista strettamente linguistico, il termine inglese “selfie” può essere tradotto in italiano con “autoscatto”. Tuttavia, come sottolinea l’Oxford Dictionary, che nel 2013 ha eletto “selfie” come parola dell’anno, un selfie è «un autoscatto, tipicamente preso con uno smartphone o una webcam, condiviso sui social media».

Ma perché ci facciamo così tanti selfie? Come ho raccontato nel mio volume sui selfie (Selfie. Narcisismo e identità, Il Mulino, 2016 – www. psicologiadeiselfie.com), non c’è una risposta semplice a questa domanda. Da un punto di vista psicologico, i selfie possono essere considerati la versione moderna del ritratto pittorico. Storicamente, i ritratti celebravano le gesta di regnanti e personaggi famosi generando rispetto ed emulazione in chi li guardava. Oggi apparentemente i selfie vogliono ottenere lo stesso obiettivo: generare rispetto ed emulazione in chi li guarderà. (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Giuseppe Riva
presente nel numero 261 della rivista.
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