Ricchi e infelici?

L’economia sta diventando sempre più importante nella nostra vita, non solo per i problemi derivanti dalla crisi, ma anche per il crescente individualismo e la competitività sociale. Tuttavia, dare priorità al benessere materiale per ricavarne benessere psicologico può non essere una buona idea.

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Angus Deaton, vincitore del Premio Nobel 2015 per l’economia, ha mostrato recentemente alcuni dati allarmanti sui comportamenti autolesivi dei suoi concittadini americani. In particolare, ha richiamato l’attenzione su un’epidemia di suicidi e di decessi dovuti all’abuso di alcol e di droghe che sembrava scoppiata tra la popolazione bianca non ispanica di mezza età nel 1999, e dunque prima della crisi economica. Questi dati si inseriscono in un quadro di malessere relativo agli Stati Uniti che altre ricerche avevano già messo in evidenza. Per esempio, accurate indagini sui sintomi psichiatrici nei giovani americani avevano osservato che il malessere era aumentato nel corso degli ultimi decenni. Più in generale, le indagini sulla soddisfazione per la propria vita avevano già indicato un tendenziale deterioramento per la media della popolazione americana, e persino una stagnazione del benessere psicologico per la componente più abbiente, nonostante fosse diventata più ricca.

Ma com’è possibile che il Paese dove l’economia è fortemente sviluppata e dinamica non abbia anche una popolazione con un benessere psicologico altrettanto florido? Questa domanda è ancora senza una convincente risposta, e la ricerca rimane quindi aperta. E non si pensi che in Italia la situazione possa essere migliore rispetto a quella degli Stati Uniti, essendo il nostro un Paese assai meno ricco, non ancora uscito dalla crisi economica e con una elevata probabilità di rimanere in una stagnazione economica strisciante per lungo tempo.

Questi problemi avrebbero bisogno di molto spazio per essere discussi, quantomeno perché dovrebbero essere esaminati da prospettive diverse. Nel presente articolo ne adottiamo una particolare, in base a cui psicologia ed economia cooperano per cercare di capire perché il benessere psicologico può peggiorare senza che peggiori, con le conseguenti deprivazioni, il benessere materiale. La prospettiva adottata si richiama a diverse importanti ricerche di psicologia dello sviluppo che hanno recentemente consentito ad alcuni studi di economia di pervenire a interessanti risultati.

 

 

 

 

TEORIA DELL’ATTACCAMENTO E HOMO ECONOMICUS

Com’è noto, la “teoria dell’attaccamento” di John Bowlby, che originariamente si riferiva allo sviluppo dei bambini e all’attaccamento alla madre, è stata successivamente rielaborata ed estesa al comportamento degli adulti. Infatti, in analogia con la distinzione originaria, sono stati delineati tre modelli di comportamento adulto. Il primo, che è detto “sicuro”, è caratterizzato da fiducia in se stessi e negli altri, nonché dalla propensione a esplorare e a mettere alla prova le proprie capacità.

Il secondo, che è detto “evitante”, è caratterizzato da poca fiducia e capacità di relazione con gli altri, nonché da una fiducia in se stessi che però mal sopporta di essere messa alla prova. Di conseguenza, le situazioni rischiose verrebbero tendenzialmente evitate, preferendo invece obiettivi concreti e limitati, come quelli materiali. Il terzo modello di comportamento, che è detto “ansioso”, è caratterizzato da scarsa fiducia in se stessi, dal bisogno di cercare gli altri e dalla difficoltà a darsi obiettivi che vengano poi raggiunti. Ebbene, mentre il comportamento sicuro dà il maggior benessere psicologico, il comportamento evitante assomiglia molto a quello dell’homo economicus, cosa che appare paradossale. Infatti, l’homo economicus sembra essere meno capace di raggiungere il benessere psicologico pur essendo “disegnato” dagli economisti come un modello teorico ideale in grado di massimizzare il proprio tornaconto. Il comportamento ansioso, d’altra parte, appare quello maggiormente vulnerabile davanti alle sfide poste dalle moderne economie.

Quindi, anche in quest’ultimo caso, la logica economica non sembra facilitare il benessere psicologico. Alcuni esempi possono essere di chiarimento.

È un dato accertato che le persone più generose e fiduciose negli altri, che sono caratteristiche tipiche del comportamento sicuro, presentano anche un maggior benessere psicologico. In particolare, uno studio di economia sperimentale ha evidenziato non solo che la generosità è associata al benessere che si manifesta tramite gradevoli sensazioni emotive, ma che tanto questo tipo di benessere quanto la generosità sono causati a loro volta da un precedente stato di benessere inteso come realizzazione di proprie potenzialità interiori. Quindi non è la generosità in sé che causa la gradevole sensazione emotiva, quanto quella generosità che fa parte di un disegno più ampio con cui si guar- da alla propria vita, e che consolida un benessere psicologico già esistente.

Questi risultati trovano riscontri anche in analisi sul campo, e quindi al di fuori delle mura dei laboratori. Uno studio condotto tra la popolazione adulta americana non solo conferma il nesso tra fiducia negli altri e benessere psicologico, ma trova che la fiducia si sta deteriorando e contribuisce al declino del benessere psicologico nel corso degli ultimi decenni. Un’altra ricerca compiuta su un ampio campione di Paesi si concentra specificamente sul ruolo del comportamento sicuro nel benessere psicologico delle persone adulte. Il risultato più interessante è che, nei Paesi in cui le persone hanno in media un più elevato comportamento sicuro, la crescita economica sembra essere maggiormente in grado di aumentare il benessere psicologico. In altre parole, il comportamento sicuro sembra essere capace di trarre giovamento da un dato livello di benessere materiale in misura più elevata degli altri due tipi di comportamento (evitante e ansioso).

EVITANTI E ANSIOSI

Le persone con caratteristiche evitanti sono state studiate in una ricerca di economia sperimentale basata su un gioco in cui un giocatore doveva decidere quanto cedere ad un secondo giocatore di una somma che gli era stata assegnata. Se il secondo giocatore rifiutava, allora anche il primo perdeva tutto. Ebbene, i giocatori che a un’indagine preliminare mostravano caratteristiche evitanti cedevano quote sistematicamente inferiori, come avrebbe fatto l’homo economicus, il quale è “disegnato” per non essere sensibile all’equità. Un ulteriore studio su persone adulte evitanti ha mostrato che queste sono più propense ad accettare benefici anche se provenienti da attività illegali, e sono quindi connotate, anche in questo caso, da un opportunismo tipico dell’homo economicus.

È interessante ricordare che gli esseri umani, differentemente dall’homo economicus, sono dotati di una risposta neurobiologica di disgusto verso gli atti che violano norme morali e sociali, come potrebbe essere l’equità. Questa risposta è infatti osservabile nel cervello umano, e appare del tutto simile a quella di disgusto verso le sostanze tossiche che, secondo la prospettiva evolutiva, ha la funzione di salvaguardare la salute. Per quanto riguarda il comportamento ansioso, esso è spesso associato a un malessere di tipo depressivo, che invece è poco frequente nei comportamenti evitanti.

Purtroppo ansia e depressione stanno diventando malesseri molto diffusi nella nostra società. Questo fatto suggerisce che anche il contesto sociale, oltre all’attaccamento materno, potrebbe essere all’origine dell’ansia e della depressione nelle persone con attaccamento ansioso. A conferma di questo giocano le dinamiche competitive che dominano sempre di più i rapporti sociali, e che sono state mutuate da quelle tipiche dei mercati.

La competizione economica si è infatti recentemente intensificata a causa dell’ingresso dei Paesi emergenti nei mercati globali e a causa delle nuove tecnologie di telecomunicazione. Questa competizione si è riflessa sul mercato del lavoro richiedendo ai lavoratori una flessibilità sempre maggiore. Di conseguenza è aumentata l’incertezza di trovare lavoro, di trovarlo confacente alle proprie inclinazioni e all’istruzione conseguita, nonché di trovarlo vicino a casa. Tutto ciò non può che alimentare ansia nelle persone che hanno già questa inclinazione.

Non solo, la competitività nel mercato del lavoro si sta trasferendo sempre più nell’ambito dell’istruzione. Tra le famiglie si è scatenata infatti la corsa a iscrivere i figli a quelle scuole e università che meglio possono garantire un posto di lavoro, e il più prestigioso possibile. Negli Stati Uniti le domande di ammissione ai college sono aumentate del 50% in 10 anni, facendo crollare il tasso di ammissione, senza per questo indurre un miglior apprendimento negli studenti che si preparavano per l’ammissione. Coloro che poi trovano lavoro vedono mettere a frutto le loro competenze in misura sempre minore. Questo fenomeno è detto “sovra-istruzione”, e determina frustranti conseguenze negative non solo sulle remunerazioni, ma anche sul benessere psicologico.

I comportamenti ansiosi non sono stati studiati in economia in modo diretto, ma attraverso la caratteristica della personalità detta “nevroticismo”, che è tipica dell’attaccamento ansioso. Ad ogni modo, è stato evidenziato che le persone adulte caratterizzate da nevroticismo, e che vivono in Paesi ricchi, sono particolarmente incapaci di godere del benessere materiale a causa della frustrazione derivante dal confronto con i consumi degli altri.

In un contesto come quello americano, in cui la disuguaglianza del reddito è ampia e crescente, non può quindi sorprendere se ci sono segnali preoccupanti di deterioramento del benessere psicologico per i segmenti della popolazione più vulnerabili.

Concludendo, la collaborazione fra psicologia ed economia può aiutarci anzitutto a capire un problema che si sta diffondendo a partire dalle economie più ricche, vale a dire perché il malessere psicologico accompagni sempre più frequentemente l’espansione delle opportunità messe a disposizione dai mercati e dal progresso tecnologico. Questo problema potrebbe presentarsi in modo aggravato in Italia, poiché al progresso tecnologico importato da altri Paesi potrebbe non corrispondere un aumento del reddito.

In secondo luogo, la collaborazione tra psicologia ed economia potrebbe meglio qualificare e coordinare le linee di intervento a livello sia di sistema economico, sia di singoli individui o di gruppi. In tal modo, la crescita economica potrebbe meglio allinearsi con lo sviluppo delle capacità umane, tipiche delle persone caratterizzate da comportamenti sicuri. Questo dovrebbe condurre anche a un cambiamento del modello attuale di crescita economica, che appare invece dominato dall’homo economicus.

 

Questo articolo è di Maurizio Pugno ed è presente nel numero 255 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto