Resilienza: adattarsi positivamente alle avversità

La parola “resilienza” è ormai sulla bocca di tutti. Se fino a qualche tempo fa essa compariva perlopiù nel lessico specialistico, negli ultimi anni ha subito una diffusione capillare: se ne parla, se ne scrive, la si ricerca e la si usa, più o meno a proposito. Ma che cosa significa e cos’è davvero la resilienza da un punto di vista scientifico?

Resilienze cosa significa? Impossible to possible

 Definizione e origine 
Originariamente il termine resilienza è stato utilizzato soprattutto nel campo della fisica dei materiali e qualifica l’attitudine di un corpo a recuperare la sua forma originale dopo essere stato deformato sotto pressione. Il concetto è stato introdotto nell’ambito delle scienze umane solo attorno al 1970 e, per analogia, va a indicare la capacità di una persona di raggiungere un adattamento positivo a fronte di eventi significativamente stressanti e traumatici che, diversamente, potrebbero risultare gravemente invalidanti.

Nel 1973, lo psicologo Norman Garmezy, intento a studiare le origini della schizofrenia, osservò che, contrariamente alle attese, una buona percentuale di figli di pazienti schizofrenici non presentavano alcuna forma di disagio psichico ma, al contrario, sviluppavano le proprie abilità in maniera altamente competente, apparendo perfino rafforzati. Anche la psicologa Emmy Werner arrivò a conclusioni simili studiando la popolazione dell’isola Kauai, nelle Hawaii, e osservando che una nutrita percentuale di bambini identificati come ad “alto rischio” (in quanto esposti ad alcuni fattori avversi come povertà, deprivazione e psicopatologia dei genitori) non solo non esibiva alcun tipo di problema nelle fasi di vita successive, anzi manifestava alti livelli di competenze.

A seguito di tali scoperte e dal clamore che suscitarono furono avviati una serie di ricerche volte a identificare e studiare questi bambini “speciali”. In un primo momento, dunque, la resilienza venne concepita come una caratteristica esclusiva di alcuni individui, predestinati sin dalla nascita a sopportare qualsiasi evento negativo.

In realtà, gli studi sulla resilienza psicologica degli ultimi decenni hanno evidenziato il suo carattere di “ordinaria normalità” e non di straordinarietà. Tale cambio di prospettiva è stato in parte connesso alle scoperte in ambito neuroscientifico che hanno dimostrato come, grazie alla plasticità neuronale, il cervello umano abbia una straordinaria capacità di fronteggiare in maniera efficace molti eventi stressanti, anche verificatisi precocemente. Tutto ciò farebbe della resilienza non una caratteristica di pochi, ma potenzialmente di ogni essere umano, resa possibile da una parte dalla neuroplasticità cerebrale, dall’altra dalla sinergia tra alcuni fattori individuali e ambientali che, quando posseduti o sviluppati, consentirebbero una riorganizzazione positiva in seguito a eventi stressanti o traumatici.

 I fattori predittivi di resilienza 
Per quanto la resilienza sia una caratteristica potenziale di tutti gli esseri mani, la probabilità di sviluppare una risposta resiliente in seguito a uno o più eventi avversi è correlata alla presenza di alcuni fattori di matrice individuale e ambientale, cosa che renderebbe ragione dei diversi livelli di resilienza esibiti dalle persone davanti a difficoltà significative.Per fattori individuali si intendono quelle caratteristiche possedute dall'individuo che si rivelano utili per moderare l’effetto di eventi traumatici. Gli studi in letteratura ne hanno identificate parecchie: dall’ottimismo (inteso come la capacità di vedere opportunità laddove sembrano esserci solo limiti), alla stima di sé e al sentimento di efficacia personale, dall’attitudine a sperimentare emozioni positive (tra cui gratitudine, compassione, grinta), allo humor e alla flessibilità psicologica. Altri elementi che intervengono in un funzionamento resiliente sono le cosiddette life skills (competenze cognitive, relazionali, emotive e comunicative), il temperamento e le abilità di fronteggiamento (coping). Un’altra caratteristica indicata come risorsa personale di resilienza è la cosiddetta hardiness. L’hardiness si compone di tre atteggiamenti fra loro intercorrelati: impegno, controllo e senso di sfida.

L’impegno è il livello di coinvolgimento della persona in obiettivi considerati significativi, il controllo è la convinzione di non essere in balia degli eventi ma di poterli controllare mobilitando risorse utili, il senso di sfida include una visione degli eventi come occasioni di crescita piuttosto che come minacce. In generale, il modo in cui le persone interpretano gli eventi stressanti (come crescita/sfida o come danno/minaccia) ha un ruolo d’onore nell’influenzare sia l’impatto sia le conseguenze a lungo termine di tali eventi. Infine, tra i fattori individuali possiamo far rientrare anche quelli biologici, che riguardano nello specifico il ruolo di alcune varianti genetiche nel moderare l’impatto delle avversità sul benessere individuale.

Accanto ai fattori individuali troviamo i fattori ambientali, ossia relativi al contesto in cui la persona è inserita. Secondo l’interpretazione socio-ecologica della resilienza, sarebbero proprio questi ultimi ad avere un effetto più predittivo di risultati positivi rispetto alle risorse a livello individuale. Tra i fattori ambientali implicati in un comportamento resiliente un ruolo fondamentale è occupato dalle relazioni affettive e di supporto che la persona riesce a stringere nel corso della vita, con un ruolo di rilievo svolto dalla famiglia. Ad ogni modo, quando i genitori versano in condizioni difficili o sono assenti, anche le relazioni esterne possono fornire valide alternative. Tali relazioni funzionali possono riguardare l’ambito scolastico, sportivo, lavorativo, il gruppo dei pari, così come il vicinato o altri contesti. Infine rientrano tra i fattori ambientali quelli legati alla comunità, tra cui la qualità della rete sociale allargata e la possibilità di parteciparvi attivamente, di impiegare il tempo libero in attività significative, di assumersi responsabilità personali e realizzarsi.

Insomma, grazie alla sinergia tra risorse individuali e ambientali, le minacce potenziali all'adattamento possono trasformarsi in opportunità di crescita e sviluppo. Il fatto che molti dei fattori elencati come predittivi siano sotto il controllo della persona fa della resilienza una caratteristica che può essere allenata e incrementata, sia dopo essere incappati in eventi traumatici sia preventivamente. Da dove pensate di iniziare?

Articolo di Elettra Pezzica


Bibliografia

Bonanno, G.A. (2004). Loss, trauma, and human resilience: Have we underestimated the human capacity to thrive after extremely aversive events? American Psychologist, 59, 20–28.
Bonanno, G.A., & Diminich, E.D. (2013). Positive adjustment to adversity-trajectories of minimal-impact resilience and emergent resilience. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 54, 378–401.
Garmezy, N. (1987). Stress, competence and development: continuities in the study of schizophrenic adults, children vulnerable to psychopathology and the search for the stress-resistant children. American Journal of Orthopsychiatry, 57, 159-174.
Gislon, M.C. (2010). La resilienza nella clinica. Prevenzione e trattamento.
Werner, E., & Smith, R. (1982). Vulnerable but invincible: A study of resilient children.