Recensione "Il colpevole"

Il delirio ragionato di un poliziotto che seleziona le richieste d’intervento ricevute al telefono, decidendo quali sono importanti e quali no, e dunque dove sta il bene e dove il male.

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Di poche cose gli uomini e le donne amano essere certi quanto del fatto che il bene e il male si possano distinguere con nettezza e che i buoni siano tenuti a combattere la guerra del primo contro il secondo. Come corollario, c’è la convinzione che in tale guerra siano in gioco valori assoluti, in nome dei quali i buoni siano liberati dalle sottigliezze, dalle prudenze, dai dubbi, legittimati ad agire con efficacia e solerzia. Di questo racconta Il colpevole (Den skyldige, Danimarca, 2018, 85’), del trentenne svedese Gustav Möller e del cosceneggiatore Emil Nygaard Albertsen.

Narrato in tempo reale, il film si svolge all’interno di due stanze in un centro di emergenza della polizia, a Copenaghen. Seduto alla sua postazione, Asger Holm (Jakob Cedergren) riceve molte telefonate, ma non è solerte allo stesso modo con tutti. C’è il disperato in crisi da droga, che invoca l’intervento di un’ambulanza. E c’è l’ipocrita che vorrebbe l’aiuto della polizia per recuperare il denaro che gli è stato rubato dalla prostituta con cui è appena stato. All’uno e all’altro Asger risponde con durezza, fino a bloccare le loro richieste d’aiuto. Non è solo un poliziotto, ma anche e soprattutto un giudice. È netto, sicuro, moralisticamente netto e sicuro nella difesa del bene, anzi del Bene. Lo è come chi immagini suo diritto e suo dovere combattere il male, anzi il Male.

Per quanto la macchina da presa si limiti a dar conto di fatti immediati e tra loro non legati, la sceneggiatura riesce a “raccontare” la visione del mondo del poliziotto/giudice. Con brevità e capacità di sintesi, lo fa a partire dalla telefonata di una giornalista. Domani – così apprendiamo – qualcuno lo ascolterà e poi lo giudicherà. Ancora non sappiamo chi, né perché. Sappiamo però che il comando lo ha sospeso dal servizio in strada. Quanto ai suoi colleghi, lo trattano con diffidenza e imbarazzo, e più d’uno vorrebbe non parlargli. Un po’ alla volta, scopriamo che è accusato di avere sparato a un uomo inerme – forse un criminale, forse un innocente – e di averlo ucciso. Domani il suo compagno di pattuglia lo scagionerà, come insieme hanno concordato. Legittima difesa, questa dovrà essere la sentenza. (CONTINUA...)

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Questo articolo è di Roberto Escobar ed è presente nel numero 274 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto