Realizzarsi nel lavoro

Originato da una necessità di sostentamento, il lavoro può essere la piattaforma anche di una realizzazione creativa di sé. Tutto sta a trovare lo spirito e il contesto giusti.

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Il verbo “lavorare” affonda la sua radice nel latino “labor”, che significa “fatica”. Nel dizionario etimologico della lingua italiana si trova una formula suggestiva al riguardo, “operare faticando”, che da un lato dice del fare per produrre un qualche risultato e dall’altro la necessaria fatica nel farlo. Lavorare stanca: Cesare Pavese chiamava così una sua celebre raccolta di poesie, che conteneva – tra gli altri – i versi di «Crepuscolo dei sabbiatori del Po in una casa in cima alla collina», una lirica che rimandava assai efficacemente alla fatica del lavorare di quegli uomini, i sabbiatori appunto, che scavavano nel greto del grande fiume, fiaccati dal gelo dell’acqua e dalla fatica dello scavare. 

D’altra parte, un altro grande autore contemporaneo, Primo Levi, scriveva nel romanzo La chiave a stella che «se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra»; ribadendo subito dopo che «questa è una verità che non molti conoscono». (CONTINUA...)

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Questo articolo è di Stefano Gheno ed è presente nel numero 274 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto