Quei maledetti, stressanti turni di lavoro

In Europa e dunque anche in Italia un lavoratore su cinque svolge la propria professione con un orario impostato su turni. Si tratta di un tipo di impiego che non segue il periodo convenzionale lavorativo di 6/8 ore, ma che è caratterizzato da turni notturni, a rotazione o irregolari. 

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Questa organizzazione del lavoro ed in particolare l’impiego notturno comportano rischi per la salute e rappresentano fattori stressanti ‘primari’ per molte categorie. Basti pensare agli operai di una catena di montaggio, agli addetti alla ristorazione o agli impiegati di un supermercato, laddove sia prevista un’attività ininterrotta sulle 24 ore giornaliere, purtroppo oggi sempre più frequente nel mondo dei servizi. 

Vi sono poi le cosiddette “professioni di aiuto”, che vedono il personale medico, paramedico e infermieristico in prima linea assieme alle forze dell’ordine. Si tratte di categorie professionali maggiormente esposte allo stress-lavoro correlato, con l’aggravante del fenomeno del burnout

Persone come queste – poliziotti, medici, sanitari, vigili del fuoco, dipendenti privati – che operano frequentemente e regolarmente di notte, quindi col sistema dei turni, oltre a soffrire dei disturbi tipici di chi svolge una professione di aiuto, soffrono di disturbi del sonno

La desincronizzazione del ritmo sonno-veglia, causata proprio dal lavoro notturno, determina disturbi del sonno di tipo qualitativo e quantitativo. Il sonno diurno che segue il turno di lavoro di notte risulta ridotto in durata perché interrotto frequentemente a causa dei rumori e/o della luce e di conseguenza perde parte del suo potere ristoratore. 

La perturbazione del ciclo sonno-veglia, oltre a causare problemi di insonnia, favorisce nel medio-lungo periodo anche un eccessivo livello di sonnolenza durante il turno di lavoro. Chi lavora a turni è, quindi, mediamente più stanco e ha un rischio più alto di andare incontro a errori e incidenti sul lavoro. La stanchezza, infatti, porta ad una distorsione della percezione, della capacità di ragionamento, di giudizio e di presa di decisione: tali alterazioni si manifestano con un ritardo nei tempi di reazione e nella riduzione delle abilità cognitive, come il ragionamento logico e la concentrazione. 

Poco più di un anno fa a Roma è stato fatto un punto importante su questi temi, anche alla luce delle ultime ricerche internazionali, nell’ambito di un convegno organizzato dal sindacato di polizia Silp Cgil, al quale era presente Johannes Siegrist, l’inventore del modello di stress basato sulla discrepanza tra l’impegno profuso nel lavoro e le ricompense, materiali e immateriali, che da esso si ottengono. 

Alcune analisi su studi svolti in maniera specifica per quel che concerne il lavoro del poliziotto (Pietrantoni, Prati e Lori) hanno evidenziato due categorie di fattori stressanti. La prima riguarda proprio le problematiche inerenti l'organizzazione del lavoro e il 'contesto' in cui il lavoro si sviluppa tra orari a turni, scarso sostegno da parte dei colleghi e dei superiori, norme culturali che enfatizzano l'imperturbabilità emotiva, problemi di comunicazione e scarso riconoscimento professionale. 

La seconda categoria di fattori stressanti è relativa, ovviamente, al contatto quotidiano che gli operatori hanno con situazioni lavorative particolarmente impegnative ed emotivamente pesanti. Si pensi ad un delicato servizio di ordine pubblico o ad un incidente stradale. La questione dei turni resta, tuttavia, primaria. 

Ne consegue che una organizzazione del lavoro equilibrata e consapevole dei limiti psicofisici dell'operatore di polizia non può che migliorare l'efficienza complessiva del sistema e il benessere 'mentale' del lavoratore in divisa. E non solo. Un problema che non può più essere eluso.