Psicomania quantitativa: gli eccessi della quantificazione in psicologia e nelle scienze sociali

È sbagliato pretendere che la validità di una disciplina dipenda dal fatto di essere passibile di analisi quantitative. La psicologia, per esempio, ha una ineliminabile componente qualitativa e interpretativa.

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Nella prima parte del secolo scorso il grande sociologo Max Weber ideò il “modello burocratico” per evitare nelle relazioni tra chi lavorava nelle prime grandi istituzioni il rischio delle influenze emotive e degli equivoci comunicativi. Come oggi è a tutti evidente, i risultati non furono quelli attesi poiché la burocrazia piuttosto che sconfiggere i mali della disorganizzazione e delle inefficienze delle prestazioni li complicò ancora di più. 

Qualcosa di simile è accaduto negli ultimi decenni anche nelle scienze psicologiche e, come vedremo più avanti, nel mondo dell’economia e delle discipline che si occupano di decision making. Sulla scia di una logica di impostazione positivistica, infatti, sia la psicologia che l’economia hanno sempre più trovato supporto metodologico nelle discipline basate sul calcolo. Il tutto confidando nel fatto che il calcolo matematico garantisca la correttezza e l’idoneità delle procedure, e grazie a ciò il risultato auspicato. Purtroppo, però, troppo spesso l’analisi quantitativa e matematica viene considerata affidabile anche quando è applicata a fenomeni qualitativi non quantificabili. Come dire: siccome uso una scienza esatta, il procedimento non può che essere perfetto e il risultato assicurato. 

DUE PIÙ DUE PUÒ FARE CINQUE

Un esempio è la verifica dell’efficacia di una terapia, che è un fenomeno puramente qualitativo e che negli ultimi tempi è stato però ricondotto a metodiche quantitative e statistiche: le metodologie basate sull’evidenza e Randomized Controlled Trial (RCT) sono divenute il criterio di verifica dell’efficacia terapeutica, producendo il paradossale effetto di considerare empiricamente validate terapie la cui valutazione sia stata fatta mediante un metodo sperimentale da laboratorio applicato a piccoli gruppi di soggetti ma con un elaborato disegno statistico, mentre vengono ritenute non validate terapie che dimostrano la loro efficacia su larghi campioni di reale casistica clinica studiata sul campo e attraverso studi longitudinali.

Lo scorso anno, al riguardo, è stato pubblicato sul Journal of the American Medical Association un importante articolo dov’è riportato che da una revisione degli oltre 100 studi di questo tipo che avevano decretato la terapia cognitivo-comportamentale come gold standard, la maggioranza presentava importanti falle metodologiche e, per ciò, una fallacia nella valutazione degli esiti

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Questo articolo è di Giorgio Nardone, Vittorio Porpiglia ed è presente nel numero 270 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto