Psicologia delle fake news

Nel mondo della post-verità, dove i fatti oggettivi sono trasformati in fatti sociali, hanno un ruolo sovrano i social network. Con il potere di decidere cosa promuovere e cosa tacere in Rete, e addirittura quali fake news, cioè panzane, spacciare per verità.

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Secondo il vocabolario Garzanti della lingua italiana, un “fatto” è «ciò che è reale, concreto». Per esempio, è un fatto che questo articolo inizi con la parola «Secondo». Lo possiamo verificare immediatamente guardando il testo dell’articolo. Per questo parliamo di “fatto oggettivo”.

Tutti i fatti sono oggettivi, cioè possono essere verificati immediatamente e senza dubbio alcuno? In realtà, no. Moltissimi fatti sono invece “fatti sociali”, la cui verità è determinata dalla rete sociale a cui ci rivolgiamo. Per esempio, se voglio diventare psicologo in Italia è previsto un esame di Stato in cui due docenti universitari e tre iscritti all’albo professionale valutano attraverso tre prove scritte e un orale la capacità di essere psicologi. In questo caso, “essere uno psicologo” è un fatto sociale perché dipende da una rete – i cinque valutatori – a loro volta rappresentanti della rete sociale degli psicologi abilitati.

Ma cosa succede quando un fatto oggettivo entra in conflitto con un fatto sociale? Per esempio, che cosa prevale tra una bufala accettata socialmente dalla rete di riferimento – per esempio, che l’Italia abbia importato dalla Romania il 40% dei suoi criminali – e un fatto oggettivamente verificato – il 40% dei ricercati con mandato internazionale emesso da Bucarest si trova in Italia? Gli psicologi sociali sanno già da tempo la risposta. (...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Giuseppe Riva
presente nel numero 263 della rivista.
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