Poliziotti uccisi a Trieste:

l'uso dei social e la percezione della morte

La recente e drammatica uccisione dei 2 poliziotti di Trieste ha colpito molto l'opinione pubblica italiana e naturalmente i social network, come spesso avviene in questi casi, sono diventati uno dei termometri più importanti per misurare la grande ondata di emotional suffering che è iniziata il 9 ottobre con la morte degli agenti ed è proseguita per almeno una settimana, col picco dei funerali trasmessi in diretta Rai.

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Il grande tema che ha scosso le coscienze di tutti noi, dunque, è quello della morte. Ed è curioso primariamente notare come nella società post moderna liquida, dove per dirla alla Bauman prevalgono individualismo e voglia di apparire a tutti i costi, dove soprattutto il tema della fine della vita viene costantemente esorcizzato e censurato, tragedie come quella occorsa ai 2 giovani servitori dello Stato Pierluigi Rotta e Matteo Demenego abbiano generato una sorta di dissonanza cognitiva generalizzata con effetti, purtroppo, non sempre positivi.

Perché in primo luogo, al di là della narrazione social, la prima impressione è che si siano persi di vista 2 concetti molto importanti nel momento in cui si ha a che fare con la morte: il silenzio e il rispetto. Quelli che sono mancati quando le prime agenzie stampa, i primi post e i primi tweet hanno cominciato a informarci che a Trieste era accaduto qualcosa di drammatico.
Un profluvio di commenti, parole, frasi di dolore e di tristezza accompagnate subito da polemiche sulle dotazioni degli agenti, sulla loro preparazione, sull'inaccettabilità presunta di una disgrazia che si poteva, secondo alcuni, evitare.

Giudizi frettolosi pubblicati velocemente, in taluni casi, quasi per marcare il territorio, per poter affermare "io l'avevo detto", per empatizzare con gli operatori delle forze di polizia. Un protagonismo che ha riguardato anche alcuni sindacati del mondo divise, lanciatisi già nelle primissime ore della tragedia in ardite ricostruzioni della dinamica dei fatti, smentite poi ufficialmente. Un rumore informativo, alimentato da claque interessate e dall'immancabile intervento degli esponenti della classe politica, che ha quasi fatto dimenticare la cruda, amara verità: 2 giovani poliziotti sono morti facendo il proprio dovere. Punto. Quello che è accaduto è in primo luogo una tragica fatalità e c'era il dolore di una famiglia da rispettare. Conosco personalmente l'ottima dirigente di polizia che ha avuto l'incombenza di comunicare ai familiari di uno degli agenti la notizia: un compito ingrato e certamente non facile.

Forse dovremmo tutti ricordare che anche sui social le parole sono il nostro biglietto da visita, danno spesso la prima impressione di ciò che siamo e vogliamo apparire. Su Facebook, Twitter e dintorni tutto questo è ancora più vero perché non possiamo completare la comunicazione con le espressioni del viso, il tono della voce o la postura che assumiamo. Che ci piaccia o no, quando scriviamo sul web tutto ciò che facciamo lo dobbiamo fare prendendo in considerazione la percezione dell'altro. Quando muore una persona, se proprio non si riesce a stare in silenzio neppure nelle prime ore della tragedia, dovrebbe almeno prevalere il rispetto, l'immedesimarsi con chi quel lutto lo sta vivendo nella carne viva quando i corpi di chi non c'è più neppure sono stati seppelliti.
Invece prevale spesso la leggerezza che l'iperconnettività infonde in tutti noi, assieme all'egocentrismo e in molti casi anche al calcolo. Perché chi per vivere ha necessità del consenso, come i politici, spesso si lascia andare su internet a sontuose pièce di esibizionismo gratuito. Del resto, pure nella vicenda di Trieste è andato in scena uno schema psico-comunicativo ben noto agli esperti del settore:
arriva una notizia che genera rabbia e sgomento --> inizia un dibattito social con posizioni spesso differenti --> arrivano le comunicazioni ufficiali che smentiscono ricostruzioni fantasiose e illazioni sui fatti accaduti --> si registra un calo fisiologico dell'attenzione della pubblica opinione --> si perpetua, dopo qualche tempo e talvolta in altre forme, quella versione sensazionalistica e non corretta dei fatti, alimentata spesso artatamente.

Il silenzio e il rispetto, questi sconosciuti.

Fromm scriveva che il rispetto è una questione di amore. Non è una frase smielata. Tutt'altro. Sottende a un concetto fondamentale. Il rispetto, infatti, si nutre di reciprocità: senza altri da rispettare, e dai quali essere rispettati, non ci sono radici che tengano. In un ambiente irrispettoso ed ostile anche la persona dotata del più alto rispetto di sé può iniziare a dubitare e a trovare giusto che le si manchi di rispetto: è il meccanismo della manipolazione affettiva che può portare de plano a una incapacità anaffettiva. È questo il risultato quando tutto quello che si scrive, si pubblica, si veicola e soprattutto si pensa è determinato solo da velocità, egoismo e individualismo. Bauman lo spiega quando parla di vuoto esistenziale, con i social network che ci danno l'illusione di restare sempre più connessi agli altri mentre in realtà ci disconettono sempre di più. Facendoci dimenticare che almeno la morte merita rispetto. E silenzio. Almeno quando serve.

 

Massimo Montebove