Pessimisti: come difendersi

Non è certo facile in un periodo di recessione, come quello che stiamo attraversando, sorvolare sulle difficoltà del vivere quotidiano ed è sempre più arduo mantenere una visione ottimistica, aperta alla speranza. Non dovremmo però cedere a una forma mentis volta al negativo che influenza i nostri comportamenti e contagia chi ci vive accanto.

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Nella sua forma iniziale, l’attitudine a cogliere gli aspetti negativi del vivere quotidiano non è dannosa in sé, consente infatti di evitare gli eccessi di ingenuità e di anticipare quelle difficoltà che, date certe premesse, possono presentarsi sulla nostra strada. In chi prevede evoluzioni sfavorevoli e mette in guardia da inganni e pericoli c’è spesso il desiderio altruista di evitare agli altri noie ed errori. E quanto maggiori sono le difficoltà, tanto più quest’attitudine appare appropriata.

In una comunità, in famiglia o nella coppia, chi ha questa propensione svolge il ruolo di parafulmine, nel senso che si assume la responsabilità di controllare che nessuno si metta in situazioni troppo rischiose.

Non si nasce pessimisti, ma lo si può diventare nel corso degli anni, per diverse ragioni: le esperienze vissute, i modelli che si sono avuti nell’infanzia (in particolare i genitori), l’essere spinti, da chi ci vive accanto, ad assumersi questo ruolo.

DALLA NORMALITÀ ALLA PATOLOGIA

Come per altre attitudini il problema è quello di trovare la giusta misura, ossia di non superare una certa soglia oltre la quale ciò che inizialmente è funzionale e tollerabile, in seguito diventa irritante e patologico. Il pessimista, infatti, non solo tende a notare ogni imperfezione e dettaglio, ma è anche incline a minimizzare il ruolo degli eventi positivi e a massimizzare quello degli eventi negativi.

È il caso, per esempio, di un padre che, dopo un colloquio con l’insegnante del figlio, invece di rallegrarsi, si esprime in questi termini: «D’accordo, il professore ha detto che nostro figlio è socievole con i compagni, educato con gli insegnanti e che riesce bene in quasi tutte le materie, a me sembra un giudizio troppo benevolo, in realtà è un ragazzo fragile e insicuro, il che gli creerà dei grossi problemi nella vita».

La frontiera tra un moderato pessimismo, su cui si può anche fare del benevolo umorismo, ma che resta comunque adattivo, e quello che invece diventa disadattivo e pesante da tollerare per familiari, amici, colleghi, e controproducente per il soggetto stesso, la si riconosce facilmente dai seguenti atteggiamenti o derive:

  • il pessimista è talmente attento ai segnali sfavorevoli e impregnato di preoccupazioni e attese negative da non sapere più rilassarsi e gioire dei momenti felici;
  • tende a rimuginare troppo, il che lo rende irritabile e irrequieto;
  • cerca di convincere chi gli vive accanto che non c’è alcun motivo per rallegrarsi e, soprattutto, che è da incoscienti abbandonarsi al buon umore;
  • con il passare del tempo scivola sempre più nella passività, nella rinuncia, nel fatalismo («Non c’è nulla da fare!») e il lucido pessimismo iniziale si trasforma in un vizio della mente.

 

FATALISMO E RINUNCIA

La quarta deriva, quella cioè in cui si scivola nel fatalismo e nella rinuncia, è la più insidiosa perché imprigiona il pessimista in un’attitudine retroattiva (il contrario di proattiva), che porta a considerare il mondo nel suo complesso come luogo ostile, che non consente di agire, di realizzare i propri ideali e di potere, di tanto in tanto, influenzare positivamente gli eventi.

Una convinzione che può esercitare una forte attrattiva su alcuni perché ne giustifica il disimpegno. Questo convincimento, non solo sopprime il desiderio di impegnarsi (in quanto «è tutto inutile»), ma non consente di sfruttare le occasioni positive in vista di un cambiamento.

Il risultato per il pessimista patologico è dunque l’impossibilità di uscire dalla condizione in cui si trova e di immaginare degli esiti diversi. Generalmente, chi manifesta questo tipo di propensione al negativo detesta l’imprevisto, rifugge da ciò che è complicato («Non esistono soluzioni») ed entra in crisi di fronte agli ostacoli («Finirà male!»), attitudini che indicano non soltanto una visione negativa della vita, ma anche uno stato ansioso.

Non di rado, infatti, dietro al pessimismo si nascondono problemi irrisolti, a volte un senso generalizzato di impotenza a seguito di traumi, delusioni o insuccessi che portano a elaborare delle strategie difensive e a compiere delle generalizzazioni improprie.

Dietro ad un atteggiamento distaccato e valutante, il pessimista è spesso una persona inquieta che ha trovato come soluzione per risolvere le sue inquietudini un’attitudine radicale: non rallegrarsi e non illudersi.

È come prendere una medicina amara oggi per soffrire di meno domani. Avanzando previsioni catastrofiche, ha la sensazione di esercitare una forma di controllo sugli eventi, che lo ripaga, in parte, delle ansie e preoccupazioni: «Lo avevo detto», «Lo avevo previsto», «I fatti mi hanno dato ragione».

Il rovescio della medaglia è però l’incapacità di abbandonarsi al buon umore, ai momenti di spensieratezza, ossia a quegli stati psichici che sono alla base del benessere. E non è un caso se il pessimismo ostinato è un tratto tipico della persona depressa

 

VIVERE CON UN PESSIMISTA

Un rischio, per chi vive accanto ad un pessimista ostinato, è di essere risucchiati nel suo stesso gorgo e man mano assumere, senza rendersene conto, i medesimi atteggiamenti e lo stesso tipo di ottica, che porta a notare tutti i limiti, difetti e imperfezioni e a minimizzare gli aspetti risolutivi e, quel che è peggio, a non saperli più riconoscere.

La propensione a interpretare gli eventi in chiave essenzialmente negativa può infatti generare un contagio, soprattutto perché, come tutte le persone inquiete, i pessimisti non amano restare soli con le loro angosce e trovano sollievo nel comunicarle agli altri. Così, anche quando i fatti danno loro torto, possono reagire con osservazioni del tipo: «La prossima volta non sarà così facile».

Come difendersi dal pericolo del contagio e mitigare il negativismo del proprio congiunto, amico o collega?

Nei casi più ostinati il consiglio di una psicoterapia può essere opportuno. Nella quotidianità serve dar prova di tolleranza nei confronti delle considerazioni pessimistiche, ma al tempo stesso sottolineare che si tratta soltanto di ipotesi e di una particolare visione del mondo che altri non condividono.

Per quanto riguarda le previsioni nere e le aspettative catastrofiche, il pessimista non ha più torto né più ragione dell’ottimista: nei confronti del futuro però l’ottimista beneficia di un’attesa e di un morale migliore che possono aiutarlo a reagire meglio del pessimista, il quale è invece frenato dal fatalismo.

Serve anche far notare come alcune delle previsioni avanzate in passato non si siano verificate e sottolineare il rischio che si corre di venire etichettati come persone affliggenti e monocordi.

Si può infine riflettere insieme sulla trappola della profezia che si autoavvera, secondo cui, a forza di prevedere un determinato esito, si creano le condizioni affinché si verifichi. Emblematica è a questo proposito la figura mitica di Cassandra, figlia di Priamo, che dopo avere previsto per tutta la vita massacri e assassini a sua volta viene assassinata.

 

Riferimenti bibliografici

BORKOVEC T. D., INZ J. (1990), «The nature of worry in generalized anxiety disorder», Behaviour Research and Therapy, 28, 153-158.

CLARKIN J. F., LENZENWEGER M. F. (a cura di, 1997), I disturbi di personalità, Raffaello Cortina, Milano.

DSM-IV-TR (2000), DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Text revision, Masson, Milano, 2007.

OLIVERIO FERRARIS A. (2003), La forza d’animo, RCS, Milano.

Questo articolo è di Anna Oliverio Ferraris ed è presente nel numero 237 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto