Perché si uccide per "amore"

L'incremento attuale dei delitti a sfondo passionale, di cui sono le donne ad essere prevalentemente vittime, stimola una riflessione sulla comprensione delle motivazioni dichiarate e nascoste che spingono a distruggere chi si considera, in un tragico equivoco, l’oggetto principale del proprio amore.

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Gli studi psicologici, anche di differenti orientamenti, hanno attribuito soprattutto alla relazione materna un ruolo primario nella costruzione di qualsiasi relazione affettiva e amorosa in età successive alla fase dello sviluppo infantile e sino all’età adulta. La teoria della “motivazione secondaria” di Freud, secondo la quale il legame affettivo con la madre assume significato in base a quanto vengono soddisfatti i bisogni primari, può essere in parte confutata dalle ricerche nel campo dell’etologia e della psicologia dello sviluppo, che attribuiscono al bisogno di contatto materno un ruolo primario oltre al bisogno di nutrimento, calore e gestione degli impulsi. Una “base sicura”, per dirla con Bowlby, consente al bambino non solo di essere rassicurato di fronte ad un pericolo incombente, ma anche di esplorare l’ambiente circostante.

Ma che rapporto esiste effettivamente tra attaccamento materno e relazione amorosa tra adulti? Nella costruzione della relazione tra madre e bambino, l’attaccamento comporta l’elaborazione da parte di quest’ultimo di previsioni circa il comportamento della mamma e di aspettative che riguardano il soddisfacimento delle sue esigenze. Tale processo contribuisce alla formazione di Internal Working Models (Modelli Operativi Interni), ovvero alla formazione di script o vere e proprie mappe cognitive che orientano previsioni, aspettative, anticipazioni e reazioni rispetto al comportamento materno. Tali script sono indelebili e sono tali da riprodurre, nella scelta del partner e nella costruzione di un rapporto amoroso, le modalità della relazione con la madre.

STILI DI ATTACCAMENTO E MODELLI DI SÉ

Lo stile di attaccamento determina e condiziona la costruzione di un rapporto affettivo e di coppia modulando le relazioni reciproche tra partner: chi ha elaborato modelli operativi interni improntati a un attaccamento sicuro tenderà in età adulta a costruire relazioni poco ossessive, improntate alla fiducia reciproca e alla dipendenza dal partner vissuto come base sicura, con buona capacità di interazione e proiezione nel mondo esterno. Lo script di attaccamento incide anche sulla percezione di sé e su quanto la persona si considera in grado di essere veramente amato, percezione regolata sulla qualità della relazione affettiva con la madre. Il prevalere di modelli positivi di Sé rifletterà un’immagine di persona in grado di suscitare amore e fiducia, diversamente da chi ha sperimentato la discontinuità delle cure materne modellandosi su un attaccamento insicuro. Se prevalgono, infatti, i modelli di Sé negativi, il Sé sarà negativo, tipico di una persona che non può essere amata e che ha bisogno di continue conferme. Ne deriva una relazione d’amore distruttiva improntata a possessività e gelosia, in cui viene vissuta una situazione di costante innamoramento caratterizzata da un’invincibile ansia di separazione.

Aver sperimentato una madre cattiva favorisce lo sviluppo di un modello di Sè come persona non degna di essere amata, che deve contare solo sulle proprie forze e che tende a non farsi coinvolgere mai completamente da nessuna relazione amorosa. La sfera emotiva viene sacrificata per evitare altre delusioni. Nella sua forma estrema, chi ha subito esperienze di abuso e maltrattamento ha sperimentato una relazione contraddittoria e altamente destabilizzante con l’elaborazione di una corrispondente immagine di Sé confusa, caratterizzata dalla difficoltà a scegliere un partner e dalla tendenza a instaurare relazioni altrettanto violente e abusanti.

IL POSSESSO DELL'OGGETTO D'AMORE

La gelosia, a questo punto, può apparire come una risoluzione per chi, non essendosi sentito adeguatamente amato, vive nella costante paura dell’abbandono. In questo caso, a causa del bisogno di controllo e di possesso, l’altro diventa “oggetto dell’amore” piuttosto che “soggetto” con cui entrare in relazione in un rapporto paritario e accrescitivo.

Un interessante studio di Albanese e colleghi mette in relazione gli stili di attaccamento con le cinque componenti della gelosia identificate da Sbrana e collaboratori: autostima, paranoia, ossessività, controllo del partner, paura di abbandono. Classificando i gruppi in: Preoccupato, Timoroso-Evitante e Sicuro, secondo i modelli elaborati da Bartholomew e Horowitz fondati sull’immagine del Sé e sull’immagine dell’altro (il partner), si ottengono risultati che dimostrano come i soggetti con i due stili di attaccamento caratterizzati da una maggiore ansietà (stile Preoccupato e Timoroso-Evitante) presentino punteggi maggiori in ogni dimensione della gelosia, rispetto ai soggetti con stile di attaccamento caratterizzato da bassa ansietà (Sicuro e Distanziante), a conferma dell’ipotesi che la gelosia rappresenta un indicatore aspecifico di una sottostante vulnerabilità personologica e/o psicopatologica.

I TRE VOLTI DELLA GELOSIA

Le diverse tipologie dell’attaccamento sono in grado di spiegare la gelosia nei suoi aspetti distruttivi e patologici, così come in molte altre manifestazioni patologiche di tipo violento (violenze sessuali e delitti seriali). La diagnosi psichiatrica è in grado di definire tali comportamenti in tre diverse accezioni:

  • Gelosia ossessiva, che configura la diagnosi di Disturbo Ossessivo Com- pulsivo, secondo il DSM-IV;
  • Sindrome di Mairet, in cui il tema della gelosia è assimilabile alle idee prevalenti;
  • Delirio di gelosia, che configura, nella sua forma più grave, il Disturbo Delirante di tipo geloso (Disturbo Paranoide di Personalità secondo il DSM-IV-TR, Criterio A7), detto anche Sindrome di Otello, e che può comportare gravi risvolti criminologici.

La Gelosia ossessiva è caratterizzata da un comportamento in cui il soggetto è ossessionato costantemente dal dubbio sulla fedeltà del partner: vede ovunque segnali del suo tradimento e tende a considerare comportamenti assolutamente innocui come prova del tradimento. Il geloso si trasforma in un detective ed è alla continua ricerca di “prove” che dimostrino l’infedeltà dell’amante. Tale manifestazione è spesso tollerata dall’altro in una modalità tale che non si può parlare solo di una patologia individuale, ma di una profonda disfunzionalità di coppia.

La Sindrome di Mairet comporta che chi ne è affetto consideri la gelosia per il partner come una delle manifestazioni di idee prevalenti che possono coinvolgere anche altri aspetti della vita del soggetto. Il desiderio di possesso e il senso della perdita occupano ogni aspetto della vita affettiva della persona, in un bilanciamento continuo tra realtà e fantasia, diventando appunto idee prevalenti, caratterizzate da una forte componente affettiva, tale da coinvolgere pienamente il campo della coscienza, spesso con risvolti comportamentali incongrui.

Il Delirio di gelosia è la forma più grave di gelosia nei confronti del partner: a differenza della gelosia ossessiva, il soggetto non è alla ricerca delle prove del tradimento, ma è certo che sia avvenuto. La sua azione è pertanto rivolta a far confessare il partner infedele con sotterfugi, raggiri e violenze tali da spingere l’altro a false confessioni. La confessione è la cura al tormento, ma spesso non è sufficiente. È necessaria la soppressione di chi si ama o, meglio, si crede di amare, per placare la sofferenza e non dover più affrontare altri tradimenti. Nel mito letterario, Desdemona è da tempo predestinata alla morte, non vi è bisogno di verifica del suo tradimento, Otello ne è già sicuro. Deve morire subito, Otello non può concederle neanche una notte, solo il tempo di una preghiera.

LE RIPERCUSSIONI SULLA COPPIA

Non sempre una situazione di sofferenza reciproca comporta la fine di un rapporto, così come tipologie di attaccamento assolutamente contrastanti nel rapporto di coppia possono perdurare nel tempo.

Comunque sia, modalità di attaccamento insicuro sono positivamente correlate a forme di gelosia patologica soprattutto per quanto riguarda il Disturbo Paranoide di Personalità; è, tra l’altro, dimostrata l’evoluzione in comportamenti violenti e omicidiari. L’uccisione della vittima “traditrice” obbedisce a più esigenze che l’aggressore deve soddisfare: risolvere l’ansia da separazione, punire la vittima per l’amore originario negato, confermare i propri pattern di attaccamento. Come si è visto, infatti, la gelosia in soggetti con attaccamento preoccupato e timoroso-evitante è più significativamente correlata con la dimensione dell’ansia, della paura e della bassa stima di sé.

La dipendenza affettiva, che viene detta anche “mal d’amore”, rappresenta una patologia delle relazioni amorose inquadrabile nella disfunzionalità dell’attaccamento materno. Sebbene non configurabile in un vero e proprio profilo diagnostico, la dipendenza affettiva è stata considerata (da studi più o meno recenti) una vera e propria forma di dipendenza assimilabile a quella da droghe: la sensazione di ebbrezza provocata dall’innamoramento porta l’innamorato alla richiesta di godere della persona amata in “dosi” sempre più massicce. La fusione con l’oggetto d’amore è totale, in un completo annullamento del proprio Sé e in una sofferenza costante se non si ricevono risposte adeguate alle continue profferte d’amore. Pur di non perdere l’amato, si è disposti a qualsiasi sacrificio, a comportamenti degradanti e a situazioni intollerabili. Ne sono vittime soprattutto le donne, spesso con storie di abuso e maltrattamento.

ALTRE IPOTESI

La psicologia e la psicopatologia possono fornire una spiegazione al determinarsi di relazioni amorose patologiche che si concludono tragicamente. La disfunzionalità dell’attaccamento materno e la gelosia nelle sue molteplici manifestazioni rappresentano una significativa chiave di lettura di delitti che trovano luogo ove mai avrebbero dovuto verificarsi. Ma non è la sola spiegazione: spesso la violenza all’interno della coppia si scatena quando alla violazione delle regole famigliari viene attribuito un significato aggressivo che non sempre è compensato da adattamento alle circostanze o da spiegazione. Il desiderio di vendetta si impone allora come strategia per ridurre il danno prodotto dalla violazione.

Diversamente, azioni violente, che si concludono con esiti letali trovano la loro ragion d’essere in reciproche distorsioni cognitive rispetto a comportamenti e fatti a cui vengono attribuiti significati ostili, tali da legittimare il ricorso alla forza e alla violenza. Gli scambi comunicativi, inoltre, possono essere alterati da una decodifica dei messaggi a tutto vantaggio di una parte, la cui interpretazione non sempre coincide con quella dell’altro e che tende a ridefinire la situazione anche allo scopo di controllarla. 

PERCHÉ LE VITTIME SONO SOPRATTUTTO DONNE?

Non possiamo tuttavia non chiederci perché gli esiti tragici di una relazione amorosa vedano comunque da sempre coinvolte soprattutto le donne. Qual è la risposta? Perché anomalie psicopatologiche, disfunzionalità relazionali, distorsioni cognitive si indirizzano inevitabilmente sulle donne, così da perdere qualsiasi significato legato alla sfera privata della persona per divenire un vero e proprio problema sociale qual è quello della violenza di genere?

È inevitabile confrontarci con variabili ormai acquisite che oggi, più che mai, nonostante i profondi cambiamenti socioculturali, ripropongono il possesso e la supremazia sulla donna come elemento qualificante dell’affermazione della virilità e del potere di controllo maschile.

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Questo testo è tratto dall'articolo di Gilda Scardaccione
presente nel numero 234 della rivista.
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