Pensiero positivo vs realismo per raggiungere gli obiettivi

Prevedere il momento in cui si raggiungerà un obiettivo che ci siamo proposti, aumenta le chances di conseguirlo davvero? Molte ricerche rispondono di sì, cogliendo l'elemento motivante che la prefigurazione del successo innesca in una persona alle prese con uno scopo preciso. Ma alle lunghe?

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Da anni si sente parlare di quanto sia importante coltivare il pensiero positivo per avere successo nella vita, raggiungendo i propri obiettivi. Le aspettative positive servono sicuramente ad aumentare il nostro potenziale per raggiungere le nostre mete, ci aiutano a prefigurarci mentre soddisfiamo i nostri desideri, ma secondo la ricerca la sola aspettativa positiva non basta e a volte potrebbe addirittura essere controproducente.

Chiunque abbia frequentato un corso motivazionale negli ultimi trent’anni, si è sentito porre la stessa domanda: «Tu scrivi i tuoi obiettivi, li pianifichi?». E poi ha probabilmente sentito: «In un famoso studio longitudinale tenuto a Yale nel 1953 è stato chiesto a un gruppo di studenti se scrivessero e tenessero traccia dei propri obiettivi. Coloro i quali avevano affermato di farlo, vent’anni dopo erano diventati uomini ricchi e prestigiosi, raggiungendo risultati strabilianti». Per anni questo studio è stato citato per motivare le persone a scrivere e pianificare i loro obiettivi su carta e aumentare così la probabilità di raggiungerli. Decine e decine di libri di auto-aiuto riportano i mirabolanti risultati di questo studio.

Nel 1996 Lawrence Tabak, giornalista della rivista Fast Company, incuriosito dai sorprendenti risultati del sedicente studio di Yale, decise di ricercarne le fonti contattando i vari autori che spesso vi venivano citati.

In breve, il giornalista dovette concludere che lo studio era una bufala, perché non ne trovò traccia neanche negli archivi più reconditi delle banche-dati dell’Università di Yale. Scrisse, così, un articolo che tradotto suona come: «Se il tuo obiettivo è il successo, non contattare questi guru».

Nonostante lo studio fosse un’enorme bufala l’idea di fondo non era sbagliata, tutti siamo concordi nell’affermare che se conosciamo la nostra destinazione, sapremo meglio in quale direzione andare. Del resto, lo sapeva già Seneca quando affermava che «nessun porto è favorevole al marinaio che non sa in quale porto approdare». In altre parole, se non sai dove desideri andare, se non conosci i tuoi obiettivi, sarà maggiormente difficile raggiungerli: non saprai, infatti, dove indirizzare le tue risorse. 

Qualcuno ama osservare che quando pensiamo di non avere obiettivi, in realtà stiamo perseguendo l’obiettivo di non avere obiettivi o, peggio ancora, stiamo perseguendo obiettivi stabiliti da altri. I diversi studi sul problem solving hanno ampiamente dimostrato che chi ha propositi chiari e ben definiti è anche maggiormente capace di affrontare e risolvere i problemi che gli si presentano.

Tornando a Seneca, per cogliere un obiettivo dobbiamo per prima cosa chiarirci le idee sul tipo di traguardo che desideriamo raggiungere e poi impegnarci attivamente per conseguirlo.

Mentre tutti saremmo capaci di metterci a tavolino e programmare i nostri obiettivi futuri, non tutti siamo in grado di perseguirli e trovare la motivazione necessaria per portarli avanti. Basta una rapida occhiata alle persone che ti circondano per comprenderlo: ci sono persone che tutti gli anni fissano i propri buoni propositi, c’è chi vuole dimagrire, chi vuole smettere di fumare e chi desidera iniziare a suonare uno strumento, ecc.

Raramente le persone riescono però a trovare quella spinta necessaria per portare avanti queste intenzioni positive, che, come probabilmente saprai, spesso evaporano nel giro di pochi mesi, settimane o addirittura giorni.

In questi anni, soprattutto nel campo del self-help, ognuno ha cercato di scoprire la “formula magica” della motivazione e della produttività.

Per alcune persone basta scrivere gli obiettivi, spezzettarli e renderli misurabili, ed ecco che magicamente scatta dentro di noi la motivazione. Per altri bisogna invece predisporsi e immaginare come ci sentiremmo una volta raggiunto l’obiettivo, cercando di vivere dentro di noi anche il processo che ci porterebbe a raggiungerlo.

ASPETTATIVE POSITIVE VS ASPETTATIVE REALISTICHE

Ciò che ci consente di non mollare di fronte a un obiettivo è la nostra capacità di prefigurare ciò che accadrà, di simulare dentro di noi come ci sentiremmo una volta ottenuto il risultato.

Per alcune persone è bene motivarsi tramite il negativo, pensare alle conseguenze che potrebbero esserci se non riuscissimo a raggiungere quel traguardo, mentre per altre vale il contrario: sarebbero invece le emozioni positive associate a quell’obiettivo a portarci avanti. Come vedi, si tratta di punti di vista diametralmente opposti.

Ora, un vero esperto di psicologia potrebbe pensare che tutti gli esperimenti sul comportamento umano e animale spingono alla versione “positiva” della motivazione. Infatti, i comportamentisti hanno ampiamente dimostrato che le punizioni e in generale le leve negative sono spesso inutili per motivare le persone a fare o non fare qualcosa.

Così, da quando esiste l’idea del “potere del pensiero positivo” chi ha una generale infarinatura di psicologia tende a credere che solo gli aspetti positivi possano davvero motivarci a raggiungere i nostri obiettivi. 

L’industria New Age ci ha marciato – e ci sta marciando – davvero molto sull’idea che ti basti “desiderare ardentemente” qualcosa affinché tutto il tuo organismo (e, nei casi più esoterici, addirittura tutto l’Universo) inizi a tendere verso quell’obiettivo. E come nell’esempio dell’esperimento fasullo di Yale, anche in questo caso si mescola sapientemente la ricerca scientifica con idee metafisiche.

Per esempio, a tutti sarà capitato di cominciare a desiderare qualcosa, come un’auto nuova o delle belle scarpe. E all’improvviso iniziare a notarla ovunque, come se quegli oggetti prima fossero stati invisibili e, dopo il nostro interessamento, cominciassero a manifestarsi nella realtà. Questo fenomeno non ha nulla di magico né è una pura coincidenza, ma è il frutto di secoli di evoluzione della nostra attenzione selettiva.

Quando i nostri antenati andavano a caccia disegnavano la loro battuta sui muri (le famose pitture rupestri), cosa che per molti antropologi era una sorta di rito propiziatorio. Se, tuttavia, vediamo questo rito alla luce del funzionamento dell’attenzione, e in particolare del nostro sistema di attenzione selettiva, scopriamo che quei disegni potevano predisporre i cacciatori alla caccia. Probabilmente non servivano solo per preparare l’attenzione, ma anche per programmare le varie posizioni dei cacciatori e i diversi ruoli durante la battuta.

Quindi, prefigurarsi positivamente un evento aumenta la probabilità del nostro successo? A quanto pare, sì, ma non è una condizione necessaria e sufficiente a farcelo realmente raggiungere. E non solo: se da un lato prefigurare aiuta a cogliere tutte le opportunità (come nell’esempio delle scarpe), dall’altro non abbiamo alcuna evidenza del fatto che aumenti la nostra motivazione nel lungo termine.

Questo è il problema: “nel lungo termine”! Perché una cosa è mettersi lì e visualizzare noi stessi mentre portiamo a termine i nostri obiettivi, e sentire quella spinta, e un’altra fare questa stessa cosa ogni giorno.

Perché la motivazione è un processo e non una cosa statica che, una volta raggiunta, si possa mantenere facilmente. Ogni giorno bisogna darsi una “leggera spinta” verso ciò che vogliamo raggiungere.

Ma siamo davvero così convinti che il “pensiero positivo”, cioè l’immaginare i risultati positivi delle nostre azioni, sia più potente di un pensiero “critico-realista”?

A dipanare la questione ci hanno pensato Gabriele Oettingen e Thomas Walden dell’Università della Pennsylvania, i quali hanno seguito alcune donne in sovrappeso iscritte a un programma di dimagrimento per un anno intero.

All’inizio della dieta i ricercatori hanno sottoposto le donne a diverse domande su come avrebbero affrontato l’anno, e hanno classificato tali risposte sulla base della loro “positività” o “negatività”.

In altre parole, sono riusciti a dividere il gruppo di queste donne in 2 categorie: quelle che davano importanza agli aspetti negativi della motivazione (per esempio, “Non voglio mai più vedermi così grassa”) e quelle che prestavano maggior attenzione agli aspetti positivi (per esempio, “Non vedo l’ora di poter indossare quegli abiti”).

Terminato l’anno, i due ricercatori hanno scoperto che le donne che erano state motivate maggiormente dal pensiero positivo erano dimagrite 12 kg in meno rispetto alle altre. Una notizia abbastanza dura per gli esperti di comportamento, ma dopotutto noi non siamo topi da laboratorio, e alla costruzione della nostra motivazione personale concorrono numerosi fattori. La Oettingen ha poi ripetuto questi studi anche in altri contesti, ottenendo sempre risultati molto simili.

MEGLIO IL PENSIERO POSITIVO O QUELLO REALISTA?

La risposta a tale domanda non è semplice, perché in realtà questi studi non provano che chi si esercita a pensare positivo raggiunga meno risultati, ma che chi in generale ha una sorta di “piccolo pessimismo” di partenza è anche più abile nel far fronte ai piccoli o grandi ostacoli che si possono presentare lungo il percorso. Ed è proprio a partire da queste considerazioni che la Oettingen ha costruito una sorta di esercizio per mettere insieme “bastone e carota”, o, per dirla in modo più rigoroso, le aspettative positive con il pensiero realista.

Gli studi condotti dai ricercatori mettono in luce anche due modi diametralmente opposti di approcciare un obiettivo. Il primo è quello che ha spopolato nel campo della crescita personale, e che potremmo riassumere nel fatto che “visualizzare e simulare” dentro di te qualcosa, ti aiuta anche a raggiungerlo. A quanto pare, questo è vero se nella nostra visualizzazione facciamo una vera e propria “simulazione interiore”; invece di vederci solo a risultato ottenuto, è necessario vederci nel processo in atto. Piuttosto che vedersi “felici e contenti a giochi fatti” bisogna vedersi intenti nel processo di realizzazione dell’obiettivo.

«Se desiderate compiere qualcosa nella realtà, innanzitutto visualizzate voi stessi mentre riuscite a compierla» (Richard Lazarus).

Nella “simulazione mentale” sembra implicito che si debba osservare l’intero processo, e all’interno di un autentico “film interiore” possono senza dubbio prender posto anche i vari ostacoli incontrabili lungo il percorso. Chiunque abbia cercato di raggiungere un qualche obiettivo sa che dovrà fare i conti con i piccoli e grandi ostacoli che si frapporranno tra lui e il suo risultato. Pensare che tutto andrà liscio come l’olio solo perché abbiamo visualizzato vividamente un risultato è un’aspettativa irrealistica e forse anche un po’ infantile. Per questo motivo, dopo aver messo sul banco di prova sia l’immaginazione positiva, sia l’atto di immaginarsi mentre si incontrano degli ostacoli, la Oettingen ha creato un esercizio davvero interessante che ha soprannominato WOOP.

WOOP: Whish (desiderio), Outcome (risultato), Obstacle (ostacolo), Plan (piano). Attraverso questo acronimo la Oettingen nel suo volume Rethinking positive thinking: Inside the new science of motivation ci mostra il modo migliore per mescolare insieme aspettative positive verso il futuro e realismo pratico. Vediamo insieme come funziona questo modo. 

1. Desiderio: la prima cosa da fare è stabilire il nostro obiettivo, ciò che desideriamo raggiungere. Secondo l’autrice è bene iniziare a sperimentare questo metodo partendo da cose piccole, obiettivi misurabili con scadenze a breve termine. Per esempio, possiamo immaginare l’obiettivo di non mangiare dolci (o di mangiarne meno) durante la settimana.

2. Risultato: ora fermati a immaginare in maniera vivida come ti sentirai e come ti vedrai una volta raggiunto il tuo risultato. In questa fase puoi lasciar correre la fantasia, immaginarti già “più magro” e fiero di te stesso; in pratica, qui puoi prefigurarti come ti sentirai e tutti i vantaggi che raggiungerai perseguendo il tuo obiettivo. Lo scopo di questa immaginazione è quello di creare una forte aspettativa positiva verso il desiderio stabilito, verso il futuro.

3. Ostacolo: subito dopo aver creato una potente aspettativa positiva verso il futuro, chiediti: “Cosa potrebbe impedirmi di raggiungere il mio risultato?”, “Quale sarà l’ostacolo (o gli ostacoli) che potrei incontrare durante il mio percorso?”. In questa fase devi accendere il tuo “critico interiore” e cercare di essere spietato con te stesso, alla ricerca degli ostacoli che potresti incontare. Per esempio, potresti immaginare di aprire la dispensa e di trovare i dolci dei tuoi figli, i gelati comprati per il sabato sera, ecc. Insomma, tutto ciò che potrebbe minare in qualche misura il tuo buon proposito. 

4. Piano: adesso con la consapevolezza dell’ostacolo maggiore da superare puoi iniziare a pianificare delle azioni concrete sulla base del “se... allora”. Nel nostro esempio, “Se mi trovassi davanti ai dolci dei miei bambini e sentissi il desiderio di mangiarli, opterei per un frutto”. In pratica si tratta di cercare di pianificare delle azioni alternative o risolutive nei confronti dell’ostacolo principale (o degli ostacoli) che abbiamo precedentemente estrapolato dal nostro obiettivo.

La Oettingen consiglia di provare questo processo con piccoli obiettivi in modo da poterne testare l’efficacia e prenderne dimestichezza prima di applicarlo a traguardi più impegnativi. Per quanto banale possa apparire, questa sorta di idealismo-realismo è stato testato in diversi campi con ottimi risultati. Tuttavia, malgrado le numerose evidenze è utile ricordare che questa applicazione pratica non esaurisce il discorso sulla motivazione, che può essere fortemente influenzato da molti altri fattori bio-psico-sociali, come la resilienza personale (la capacità di non farsi abbattere dagli ostacoli) o la tendenza soggettiva a prediligere maggiormente leve positive o leve negative.

La ricercatrice tedesca emigrata negli Stati Uniti è un esempio perfetto di quanto la cultura di appartenenza influenzi anche il modo di motivarsi. Lei stessa racconta che l’impulso a occuparsi di questi temi è nato dal contrasto fra la sua cultura europea (maggiormente realista) e la cultura nordamericana.

I suoi studi sembrano portare una sorta di equilibrio tra queste due culture, mostrandoci, da un lato, il potere delle nostre aspettative positive e, dall’altro, la forza di un pensiero realista rivolto all’individuazione dei probabili ostacoli. Qualcosa di assai più vicino alla nostra complessità come esseri umani, rispetto al riduzionismo di uno dei due punti di vista. Una complessità con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti; all’interno di noi stessi, infatti, ci sono “parti” che amano sognare il futuro e si nutrono di ottimismo e “parti” che desiderano fare il “punto della situazione”.

Se immaginiamo il nostro essere come un’azienda o una famiglia, possiamo più facilmente osservare i vantaggi di questo processo. Se all’interno di un gruppo ci sono membri che nutrono solo aspettative positive, essi potrebbero non vedere e prevedere gli eventuali ostacoli, scoraggiandosi o compiendo errori di programmazione. Viceversa, se ci fossero solo persone realiste, nessuno si lancerebbe nella programmazione di obiettivi impegnativi e a lungo termine. Dentro di noi ci sono parti “sognatrici” e parti “realiste”: dobbiamo fare i conti con entrambe, e le evidenze sperimentali della Oettingen ci danno un ottimo spunto per esercitarci in tal senso. 

A quanto pare, Seneca aveva ragione: per raggiungere i nostri obiettivi dobbiamo sapere con chiarezza quali sono, e solo successivamente impegnarci nel loro perseguimento. Per farlo possiamo avvalerci sia delle nostre aspettative positive, e quindi del nostro “sognatore interno”, sia delle parti più realiste (i nostri critici), tenendo sempre a mente che restare a pensare a queste cose non serve a molto, bisogna agire! Solo lungo il corso delle nostre azioni possiamo continuare a nutrire aspettative positive e affrontare di volta in volta gli ostacoli; a ogni nostra aspettativa realizzata, od ostacolo superato, cresce la nostra autoefficacia percepita e aumenta così la fiducia nel raggiungimento dei piccoli o grandi obiettivi della nostra vita. 

Questo articolo è di Gennaro Romagnoli ed è presente nel numero 259 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto