Paradise

Ambientata nella Germania nazista, una pellicola racconta tre modi differenti di accettare il male o di optare per il bene. Insomma, tra “superuomini” e “sottouomini”, a ognuno il suo paradiso.

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Quale strada porta al male, e quale al bene? Una voce fuori campo risponde alla domanda mentre finisce Paradise (Ray, Russia e Germania, 2016, 130’). Il male procede da solo, dice la voce, il bene richiede uno sforzo.

Intanto, seduta e in primo piano, Olga (Yuliya Vysotskaya) guarda verso un dio eventuale, forse non più che l’occhio in bianco e nero del cinema. Quel dio l’ha ascoltata e scrutata. Ora sta per giudicarla.

Come Olga, principessa russa trasferita in Francia, hanno fatto anche Jules (Philippe Duquesne), poliziotto collaborazionista, e Khelmut (Christian Clauss), alto ufficiale delle SS, nazista per fede. Seduti allo stesso tavolo, con lo sguardo alla macchina da presa, uno per uno hanno parlato di sé, della propria vita. Le loro storie hanno preso a intrecciarsi nel 1942.

Jules ha incontrato Olga a Parigi, seduto nella sua poltrona di funzionario (sulla scrivania sta il martello con cui un boia solerte ha spezzato un ginocchio del complice che l’ha aiutata a nascondere due bambini ebrei). Mesi dopo, Khelmut riconosce Olga in un lager dell’Europa orientale. Se ne era invaghito nel 1933 a Firenze e se la ritrova fra gli Untermenschen, i “sottouomini”, i “popoli inferiori” da cui sta ripulendo il mondo. Ora tutti e tre, ognuno di fronte a se stesso, attendono la sentenza di un dio, per quanto eventuale.

Lo splendido film di Andrey Konchalovskiy e della cosceneggiatrice Elena Kiseleva racconta dell’inferno e del paradiso, e di come gli uomini e le donne pensino di costruirli in terra. Ci può essere un paradiso senza un inferno?

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Questo articolo è di Roberto Escobar ed è presente nel numero 267 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto