Nonni a tempo pieno

L’importanza del ruolo dei nonni, soprattutto in periodi di crisi economica come quello attuale, è fuori discussione. Spesso però i rapporti tra generazioni non sono senza problemi e conflitti. I nonni devono imparare il non facile compito di collocarsi fra tre generazioni.

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Da una recente inchiesta del Censis condotta dal Nord al Sud Italia su un campione significativo di genitori, l’85% di coloro che considerano rilevante il contributo dei nonni (il 35% lo ritiene irrilevante) riconosce loro due meriti fondamentali: a) di sostenere economicamente le famiglie nascenti e la crescita dei figli; b) di essere di aiuto nelle incombenze della vita quotidiana (Rivista Censis, 1/2, 2014).

In particolare il 41.3% degli intervistati riconosce di ricevere dai propri genitori un aiuto concreto nella vita e nelle attività quotidiane dei figli (accompagnarli e prenderli da scuola, portarli in vacanza), mentre il 44.5% ammette che il loro sostegno economico è stato fondamentale per la nascita stessa della famiglia (acquisto prima casa, prestiti) o per la crescita culturale e formativa dei figli, pagando loro viaggi, vacanze, corsi di lingua.

All’inchiesta del Censis ne fa eco un’altra condotta nello stesso periodo dalla Coldiretti sulle famiglie del mondo agricolo. «La presenza degli anziani all’interno della famiglia in generale, e di quella agricola in particolare», si legge nel rapporto, «è stata considerata come una forma arcaica da superare, mentre con la crisi si sta dimostrando fondamentale per affrontare le difficoltà economiche e sociali di molti cittadini».

Un numero crescente di nonni viene dunque in aiuto ai genitori, sia quando questi non hanno la possibilità di pagare una colf o una babysitter che si occupi dei bambini, sia più in generale per le maggiori garanzie che i nonni, quando sono in salute, forniscono ai genitori. Si stima che siano 800 000 le donne che possono lavorare fuori casa avendo la sicurezza di avere affidato i loro figli ai nonni.

VITA QUOTIDIANA: DIVERSITÀ A CONFRONTO

Non c’è un modo predefinito di fare il nonno o la nonna. Si può essere nonni in tanti modi diversi. Alcuni vedono i nipoti solo durante le vacanze, altri una o più volte a settimana, altri ancora tutti i giorni. Ci sono nonni che portano i nipotini al parco, altri che li tengono a pranzo o a cena, altri che li aiutano nei compiti scolastici, altri ancora che sostituiscono i genitori in gran parte delle mansioni. E naturalmente ci sono anche i nonni che non hanno il tempo o la salute per occuparsi dei nipoti. Quando però un nonno accetta o decide di dare un apporto sostanziale, diventa necessario trovare un accordo con i genitori sull’articolazione delle giornate e sui punti salienti dell’educazione.

Molti screzi e disaccordi nascono per motivi legati a discrepanze educative o stili diversi di vita. Nonni e genitori possono essere in disaccordo sugli orari dei pasti e del sonno, sull’alimentazione, sui regali da fare e non fare, su come vestire i bambini, ecc. I genitori possono pensare che i nonni abbiano comportamenti sbagliati e lo stesso possono pensare i nonni dei genitori. Senza contare che le discrepanze possono riguardare non solo i due nonni e i genitori, ma anche l’altra coppia di nonni.

La convivenza richiede impegno da parte di tutti. Se vogliono essere una risorsa e non un problema, i nonni devono mostrarsi collaborativi, disponibili al dialogo e diplomatici. L’età e l’esperienza dovrebbero aiutare a trovare i modi migliori per spiegarsi e interagire. Il che non significa che i nonni debbano essere la fotocopia dei genitori (o degli altri nonni): man mano che crescono i bambini sono in grado di assorbire le differenze che trovano nelle persone con cui vengono a contatto e a cui sono affezionati. Il segreto sta nel rispettare i tempi della crescita.

Se i più piccoli si sentono rassicurati dal trovare con i nonni le stesse abitudini e le stesse scansioni temporali che trovano con i loro genitori, i più grandi sono più adattabili e, se il clima è sereno, man mano imparano a muoversi in ambienti diversi e a trarre vantaggio dall’avere più relazioni. «A casa di nonno Mario c’è molta tranquillità, con lui parlo, leggo e faccio i compiti. A casa di nonno Carlo invece c’è sempre movimento, ci sono gli zii con cui gioco alla PlayStation e a calcetto. I miei nonni hanno gusti e abitudini differenti, ma io mi trovo bene con entrambi» spiega Andrea di 8 anni.

Diverso è invece il clima che si instaura quando i nipoti avvertono che c’è tensione, disapprovazione degli uni nei confronti degli altri. Un clima del genere protratto nel tempo crea sconcerto e diffidenza nei nipoti, a volte timori, chiusure, capricci e rifiuti. Anche quando non condividono scelte, opinioni o comportamenti, nonni e genitori dovrebbero riflettere prima di squalificarsi a vicenda. I conflitti e le divergenze di opinione tra adulti non vanno affrontati di fronte ai bambini, per i quali una frase detta da un “grande” in un particolare momento può assumere un valore assoluto e rimanere a lungo impressa nella memoria. Il che contrasta con il bisogno che essi hanno, per la propria stabilità e sicurezza, di sentire che, al di là delle normali divergenze, c’è un accordo di fondo tra le due generazioni di adulti o che comunque è sempre possibile trovare una via d’uscita.

AD OGNUNO IL SUO RUOLO

Una delle evoluzioni che si possono verificare nei nonni a tempo pieno o che comunque dedicano molto del loro tempo ai nipoti, è quella di sostituirsi man mano ai genitori. A meno che non ci siano gravi motivi, non dovrebbero però cedere a questa tentazione. È bene non privare i genitori del loro status familiare, siano essi presenti o lontani, maggiorenni o minorenni, divorziati o disoccupati. La sfida è quella di mantenere la propria identità generazionale nonostante un impegno consistente nei confronti dei nipoti. «Io e mio marito abbiamo tenuto due nipoti adolescenti per otto mesi, quando mia figlia e il marito erano all’estero per lavoro, ma prima di prendere qualsiasi decisione che li riguardasse telefonavamo ai genitori. I ragazzi sapevano che non avremmo preso nessuna decisione che li riguardava, tipo uscire da soli di sera, andare in gita o dormire da amici, senza averli consultati», spiega una nonna.

I genitori devono mantenere il proprio ruolo sia quando sono lontani sia quando vivono con i nonni. Un caso tipico è quello della ragazza madre adolescente che può essere immatura e impreparata alla maternità e quindi cedere volentieri il ruolo materno alla propria madre oppure alla suocera. In casi del genere, l’atteggiamento più produttivo non è sostituirsi completamente, ma sostenere la giovane madre incoraggiandola man mano ad assumere il ruolo di genitore. Per motivi diversi una nonna o un nonno può assumere nei confronti dei nipoti quel ruolo di genitore che ha avuto con i figli (e che spesso continua a portare avanti con i propri figli ormai adulti e genitori a loro volta) quando invece dovrebbe adattarsi ad un ruolo diverso, quello di nonno, appunto, ossia di un familiare maturo e ben disposto che fornisce supporto e si coordina con i genitori.

I nonni che invece non si adattano alla nuova condizione familiare cercano di occupare spazi che non competono loro, diventando invadenti, critici, irritabili, e invece di essere una risorsa finiscono per rappresentare un problema. Le cause all’origine di questa difficoltà possono essere di diversa natura e non sempre consapevoli. Per esempio, tra le nonne “usurpatrici” o possessive ci sono donne che nell’infanzia hanno subito carenze affettive, frustrazioni o traumi. E poiché queste ferite non sono state elaborate bensì rimosse, a distanza di anni esse cercano di colmare le proprie insicurezze a spese di figli e nipoti. I bisogni narcisistici insoddisfatti dell’infanzia, le ferite mai del tutto rimarginate, le rendono assillanti e maldisposte: si lamentano, rimproverano, pretendono... Ma anche uno stato depressivo può portare ad esiti simili. Il primo “lavoro” psicologico, dunque, che nonni e nonne devono fare nel momento in cui in famiglia arriva il primo nipotino, non è tanto nei confronti di quest’ultimo quanto di se stessi, ossia accettare un nuovo tipo di posizionamento nella cerchia familiare.

DISSIDI NELLA PARENTELA

Ecco in sintesi le cause più frequenti dei dissidi tra generazioni e con i parenti acquisiti.

Autorità, controllo, potere

Uno dei maggiori motivi di contrasto è il potere, che può manifestarsi in modi diversi ed entrare in molte questioni familiari. Il conflitto di potere può emergere all’interno della coppia come nelle relazioni di convivenza allargata. Per esempio, la vecchia generazione può voler mantenere le redini e rifiutarsi di ridurre la propria autorità a favore di una condivisione anche quando figli e nipoti sono ormai adulti. A volte questo tipo di difficoltà trapela in scontri che apparentemente ruotano su questioni neutre – per esempio chi ha vinto il tal campionato, quanto costa un appartamento – l’uno sostiene una posizione e l’altro quella opposta. Uno dei due o entrambi vogliono avere ragione ad ogni costo, quando invece potrebbero limitarsi a consultare una fonte imparziale. L’inconciliabilità in questo caso è dovuta al bisogno di vincere, non al bisogno di sapere come stanno realmente le cose.

Questioni legali, eredità, interessi

In molte famiglie queste sono le questioni più importanti: gli argomenti intorno a cui ruota-no i discorsi quando, nelle festività, i parenti si incontrano. Ma attenzione! Qualche volta le questioni legali e i conflitti di interesse sono dei paraventi dietro cui si nascondono offese pregresse, insicurezze, timori d’altra natura. Ci vuole maturità e tolleranza.

Diritti e doveri

Alcuni hanno idee troppo rigide su quali devono essere i compiti degli uni e degli altri, quali i diritti e i doveri. La realtà è spesso fluida e imprevedibile, cosicché una certa dose di flessibilità è necessaria. Per esempio, in una famiglia i suoceri pensano che figlio, nuora e nipoti debbano trascorrere tutte le domeniche con loro. Il figlio accetta questa consuetudine per compiacere i suoi genitori, la nuora invece trova questo obbligo eccessivo. Ogni domenica ci sono lunghe contrattazioni tra figlio e nuora che spesso sfociano in un litigio. Una maggiore flessibilità dei suoceri gioverebbe alla serenità della coppia.

Torti, preferenze, ingiustizie

Collegato ai precedenti è il conflitto emotivo che nasce dalla convinzione di avere subito un torto o di essere stati trattati in maniera sleale; oppure di essere stati declassati, trattati come persone senza valore. La soluzione di problemi pratici, anche irrilevanti, diventa difficile quando si è arrabbiati, delusi o si cerca una rivalsa. All’origine di questi conflitti c’è spesso una visione troppo rigida dei ruoli.

Differenze culturali o di valori

Persone cresciute in ambienti diversi possono comportarsi diversamente in vari ambiti, dagli affari al linguaggio, dalla politica alla religione. Alcuni conflitti nascono da queste diversità. Modificare convinzioni e abitudini radicate non è sempre facile. Si tratta di trovare un modus vivendi. Se le incompatibilità sono insuperabili, ridurre i contatti e mantenere dei rapporti formali ma civili è la soluzione migliore.

Decisioni

Essere costretti a prendere decisioni improvvise o in tempi rapidi non consente a volte di considerare attentamente i fatti e le opinioni di ognuno. Quando ciò accade è facile che qualcuno abbia la sensazione di avere subito un torto o di essere stato discriminato.

TEORIE VECCHIE E NUOVE

L'immagine della terza età è in evoluzione, sia per la maggiore durata della vita, sia per il miglioramento della sua qualità. Per molto tempo ha dominato la cosiddetta “teoria del disimpegno”, secondo cui l’anziano dovrebbe man mano convincersi che la condizione ideale per lui consiste nella rinuncia ad una serie di aspirazioni e di traguardi che hanno caratterizzato la sua vita e la sua personalità negli anni giovanili e nella maturità e nell’assumere quindi dei ruoli disimpegnati. Avvenimenti come il pensionamento dovrebbero essere vissuti come una sorta di “permesso al disimpegno” concesso dalla società; permesso che comporta una riduzione dei ruoli sociali rivestiti dall’individuo nelle età precedenti.

Questa teoria è però completamente in disaccordo con quella più recente che sostiene un “impegno attivo dell’anziano”. Il morale della persona “grande”, secondo questa più recente e realistica impostazione, sarebbe elevato sino a quando essa riesce a restare attiva e ad avere degli interessi che le riempiono la vita. A seconda dei casi e delle circostanze, un invecchiamento felice comporterebbe perciò il mantenimento dei precedenti ruoli, oppure una sostituzione dei vecchi ruoli con altri ruoli nuovi e diversi, ma non per questo meno soddisfacenti.

Mentre la teoria del disimpegno sancisce la fine di una vita di maturità produttiva e implica una vecchiaia inattiva, suddividendo il ciclo vitale in due periodi nettamente distinti sulla base del lavoro, la teoria dell’impegno attivo non comporta una netta separazione tra maturità e vecchiaia ed estende il concetto di vita attiva all’intero corso della vita umana. Il lavoro, quando si va in pensione, deve essere sostituito da impegni diversi, dagli hobby e da una serie di attività “ludiche” vicarianti, lasciando ampio spazio alle differenze individuali legate al temperamento, alla cultura, alle specifiche competenze e inclinazioni.

Questo testo è tratto dall'articolo di Anna Oliverio Ferraris
presente nel numero 245 della rivista.
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