Non si cresce senza passare dalla sofferenza

Nello sport e nella vita bisogna imparare ad accettare anche disagi e sofferenze: solo così avremo modo di risolverli o almeno di farcene una ragione, anziché perdere tempo ed energie a maledirli.

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Il titolo di questo articolo potrebbe suonare blasfemo a molti. Perché va in senso del tutto opposto a una trappola cognitiva che oggi tante persone condividono. Per “trappola cognitiva” intendo una distorsione sistematica della realtà, che induce a comportamenti inefficaci. Anche se parecchie trappole cognitive hanno origini legate alla storia individuale dei soggetti, molte altre hanno invece radici culturali. Una delle più diffuse nella nostra società è l’aspettativa (divenuta ormai una pretesa) che sia possibile e doveroso sfuggire all’incontro con ogni forma di disagio. Anche minima.

Si parte dai semplici inconvenienti quotidiani, come piccoli fastidi, dolorini o un semplice mal di testa. Essi, nella nostra società, non sono più considerati inevitabili contrattempi che accompagnano bonariamente l’Homo Sapiens dall’alba dei tempi: diventano emergenze di cui occorre sbarazzarsi immediatamente, con urgenza, “in un momento”. Ecco allora il fiorire di prodotti farmaceutici la cui forza commerciale non sta nelle possibilità terapeutiche, ma nel fungere da “pronto soccorso emotivo”: nel senso di saper tacitare il senso di angoscia prodotta dal fastidio. Da parte loro, i messaggi televisivi ribadiscono la convinzione che storte, piccole slogature, semplici mal di schiena rappresentino i veri ostacoli sul cammino verso la felicità della nostra specie; felicità che, fortunatamente, è riacquistabile all’istante, a patto di utilizzare i prodotti reclamizzati.

Ma la lotta per evitare qualsiasi forma di disagio non si limita ai fastidi fisici o pseudo tali. Neanche le emozioni e gli stati d’animo “negativi” possono essere tollerati, neppure occasionalmente. Nella mentalità diffusa esiste l’aspettativa/pretesa che sia possibile cambiare all’istante stato d’animo, se questo contiene esperienze non gradevoli, alla stregua di come si cambia canale alla televisione. L’illusione dello “zapping emotivo” ci deruba di un aspetto molto positivo che, paradossalmente, le emozioni negative hanno.

Tristezza, senso di frustrazione, paura sono dette emozioni “negative”, a torto. Non le chiamerei “negative” (caso mai, “spiacevoli”), semplicemente perché posseggono un’utilità pari a quelle cosiddette “positive”: esse sono degli importanti segnali. Ci avvertono, ognuna a suo modo, che qualcosa non sta funzionando. (...)

 

 

Questo articolo è di Pietro Trabucchi ed è presente nel numero 265 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto