Nascondere le emozioni negative ai bambini non è saggio

Nascondere le proprie emozioni negative davanti ai figli è un comportamento comune di molti genitori, convinti in questo modo di proteggerli dallo sperimentare situazioni spiacevoli.

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I bambini, però, hanno le “antenne”: fingere di non essere tristi, irritati o arrabbiati non serve, loro percepiscono che qualcosa non va, anche se non sanno esattamente cosa. Senza considerare il rischio che, non comprendendone il motivo, potrebbero fraintendere o attribuire a sé stessi colpe che non hanno.

Una nuova ricerca ora dimostra che celare le proprie emozioni negative non aiuta lo sviluppo dei figli, anzi può avere seri effetti negativi. I ricercatori hanno selezionato 109 genitori (o padri o madri, distribuiti equamente per sesso) di bambini tra i 7 e gli 11 anni e li hanno sottoposti prima a un compito stressante – parlare in pubblico ricevendo feedback negativi – e subito dopo a un’attività di gioco con i figli. I genitori sono poi stati suddivisi in 2 gruppi: ad uno è stata data l’indicazione di completare il gioco sopprimendo le emozioni, all’altro di agire in modo naturale, come avrebbero fatto abitualmente.

Tutte le coppie genitore-figlio erano collegate a sensori per misurare la frequenza cardiaca e i livelli di stress e dovevano svolgere la stessa attività, costruire una casa con i mattoncini Lego. Ai bambini erano state date le istruzioni con le immagini per costruire la casa e la consegna di guidare verbalmente i loro genitori senza toccare i mattoncini, mentre i genitori dovevano costruire la casa senza guardare le istruzioni, seguendo le indicazioni del figlio. Ogni sessione di gioco è stata videoregistrata per codificare l’umore positivo e negativo dei genitori e dei bambini, la reattività, il calore, la guida dei genitori e la qualità dell’interazione. Dalle analisi dei dati combinati (codifica delle osservazioni e dati fisiologici) è emerso che la soppressione delle emozioni diminuiva umore, reattività, calore e guida nei genitori, e umore, reattività e calore nei bambini; diminuiva inoltre la qualità dell’interazione diadica complessiva. Quindi, provare a sopprimere lo stress vissuto ha reso i genitori meno positivi durante il gioco, meno propositivi e meno attenti ai figli, e questi a loro volta erano meno reattivi.

Secondo gli autori, era come se gli adulti stessero trasmettendo emozioni negative e stress ai bambini. Inoltre, gli autori hanno scoperto un ruolo del genere dei genitori nel modulare l’interazione e gli effetti della soppressione: i figli sono più sensibili alle madri che nascondono le emozioni, piuttosto che ai padri. Infatti, i bambini non mostravano una diminuzione di reattività o calore nel gruppo dei padri con la consegna di soppressione, anche se questi erano meno reattivi e calorosi di quelli dell’altro gruppo. Invece, i figli che interagivano con madri che dovevano sopprimere le emozioni apparivano meno caldi degli altri, anche se il comportamento delle mamme di questo gruppo non mostrava decrementi nel calore o reattività rispetto alle altre.

Per gli autori, ciò è probabilmente dovuto al fatto che i padri tendono di norma a non mostrare le proprie emozioni ai figli, e quindi tale aspetto non è stato “rilevato” dai bambini della ricerca. Tuttavia, i risultati sottolineano l’importanza di questi risultati in quanto indicano che il desiderio di nascondere i propri sentimenti negativi ai figli può essere particolarmente dannoso perché può ostacolare la capacità dei genitori di sostenere la regolazione delle emozioni dei figli. Mostrare le proprie emozioni negative, dar loro un nome, lasciar vedere che cosa accade dall’insorgenza alla risoluzione insegna ai bambini a riconoscere le emozioni altrui e proprie, a comprenderle, a regolarle, ad affrontarle e a imparare come si possono risolvere situazioni anche spiacevoli.

Karnilowicz H. R., Waters S. F., Mendes W. B. (2018), «Not in front of the kids: Effects of parental suppression on socialization behaviors during cooperative parent-child interactions», Emotion, Nov. 26, doi: 10.1037/emo0000527

Questo articolo è di Paola A. Sacchetti ed è presente nel numero 272 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto