Lo sport ci rende migliori?

Difficile sfuggire allo sport. Quando le grandi maratone internazionali radunano migliaia di praticanti, la televisione trasmette continuamente spettacoli sportivi e lo sport etichetta oggetti e attività lontanissimi dai campi di gara (profumi, automobili, atteggiamenti, problemi esistenziali), fino allo “sport da camera da letto”, sembra che lo sport sia diventato ormai un “fatto sociale totale”, secondo la definizione dei Marcel Mauss.

Lo sport ci rende migliori

Tuttavia, per chiarezza semantica, è il caso di ricordare che non tutta l’attività fisica è sport, così come lo sport non è solo quello veicolato dai media. (...)

Se può dar luogo a una tale passione esclusiva, ma è anche prescritto dal medico, se, parafrasando il Sisifo di Camus, l’uomo deve immaginarsi “sportivo felice”, se il campione, infine, è un eroe della modernità, dovremo domandarci in che senso lo sport può renderci migliori e quale significato ciò rivesta nella nostra vita: virtù morale, successo, fantasma igienista, realizzazione spirituale? Il termine “migliori corrisponde qui agli scopi molteplici - militari, medici, pedagogici, competitivi - che l’esercizio fisico ha fino dall’antichità classica: migliori di chi? Migliori di cosa? (...)

Quali sono le motivazioni che ci spingono a correre nei parchi o sul tapis roulant, ad avventurarci nella maratona o nella corsa campestre? Cosa rivela questa passione competitiva che ci costringe a superare noi stessi, sul campo o di fronte a uno schermo? Perché soffrire per godere infine il piacere dello sforzo estremo? Laboratorio del sociale, lo sport è anche il terreno di un’esperienza esistenziale, che mette a confronto con se stessi e, come scriveva Spinoza, con “ciò di cui è capace il corpo umano”. (...)

Inoltre, se è vero che il superamento dei propri record personali è l’essenza dello sport professionistico, non ne è monopolio esclusivo. Chiunque faccia una pratica atletica sia pure modesta, si sia impegnato allo spasimo in una partita di tennis o di calcetto, si sia lasciato tentare da un salto con il paracadute, ha fatto questa esperienza inquietante, che può diventare compulsiva: imporre la propria volontà alla fatica, alla paura, al dolore, alla pigrizia, alla rinuncia, a un comodo benessere fisico e mentale, spingendosi “più lontano, più alto, più forte” per raggiungere un’altra riva. Che si traduca in una vittoria o semplicemente nell’esperienza dello sforzo, magari dell’ultimo arrivato che riesce a portare a termine comunque la sua prima maratona, il superamento di sé è una scoperta: “Non me ne credevo capace e ce l’ho fatta, l’ho sempre sognato ma non mi ero mai messo alla prova”. In un certo senso posso dire di essere paradossalmente “più forte di me”. Da qui la formula, certamente impropria, del “superamento dei limiti”.

È un’esperienza che chiama in causa non solo lo sforzo, i limiti fisici e psichici delle prestazioni, ma anche per qualche verso la conoscenza di sé. Quella che nello sport competitivo Claire Carrier ha chiamato “effrazione della propria normalità” è tuttavia un’esperienza aperta a tutti, che può essere affascinante: l’ampliamento della conoscenza e del riconoscimento di sé che si realizza nello sforzo fisico. Al di là dei meccanismi fisiologici attivi nello sforzo intenso e prolungato, in particolare la produzione di adrenalina e di endorfine (gli “ormoni del piacere”), il superamento dei propri limiti personali mette in luce una verità teorica centrale nello sport in senso lato: lo sforzo chiama al superamento dello sforzo.

Questo testo è tratto dall'articolo di Isabel Queval
presente nel numero 253 della rivista.
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