L'internettista

Spesso si pensa che sul web sia molto facile presentarsi con un'identità camuffata. Tanto, chi ci controlla? Ma reggere il camuffamento non è facile, e alla fine è roba per pochi.

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L'internettista di lungo corso, il blogger di razza o il facebookista oltranzista ancora ricordano con acuto rammarico quella puntata che nel tardo 2007 l’ineffabile Bruno Vespa dedicò al caso Meredith e in cui fece una descrizione dell’utente medio di Internet come di un pervertito mentitore, un simulatore accanito. La giovane Meredith era una studentessa Erasmus che spesso comunicava via chat anche con quelli che poi sarebbero stati indagati per il suo omicidio, e ciò fu per Vespa l’occasione per una tirata retorica sul mondo della Rete, allora molto meno frequentato di oggi, agganciando i timori e sospetti di tutti quelli che ancora non capivano bene cosa fosse.

All’epoca, quello che destava molte perplessità era l’emergere di una sfera relazionale e sociale in cui siccome il corpo è assente, ma è tutto uno scambio di parole e di scritture, manca una garanzia di onestà, e il timore largamente condiviso era che quest’assenza di corpoprepari di default il terreno alla menzogna. Era una teoria molto diffusa, ed era la preoccupazione di insegnanti e genitori che guardavano le nuove generazioni passare il tempo online e, divisi tra gelosia della nuova seduzione e incertezza per l’ignoto, ci proiettavano sopra una serie di aspetti negativi della comunicazione, demoni interiori di ogni fatta. La rete come sentina di ogni perversione mascherata. (...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Zauberei
presente nel numero 259 della rivista.
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