Le emozioni del bambino

Trascinati da emozioni allo stato nascente, i bambini si comportano spesso, agli occhi degli adulti, come degli alieni, imprevedibili e difficilmente controllabili.

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Gli adulti proiettano spesso sul bambino le loro categorie comportamentali: pensano sovente che i piccoli siano degli adulti in miniatura, simili a loro per tanti aspetti del comportamento, da quelli cognitivi a quelli emotivi. Sanno, ovviamente, che un bambino deve maturare, che il suo sistema nervoso e la sua psiche raggiungeranno le caratteristiche dell’età adulta, accrescendosi quantitativamente, ma generalmente non ritengono che le differenze siano di tipo qualitativo, che i piccoli siano sostanzialmente diversi da loro. Gli studi di psicologia e di neuroscienze permettono oggi di tracciare un identikit della psiche infantile in termini molto diversi rispetto al passato: le differenze non riguardano soltanto le funzioni cognitive, ormai oggetto di numerose conoscenze cliniche e empiriche, ma soprattutto quelle emotive, condizionate da un cervello immaturo e perciò più intense e coinvolgenti rispetto a quelle di un adulto.

LA CORTECCIA PREFRONTALE

Per comprendere la vita emotiva di un bambino è essenziale capire le caratteristiche delle emozioni e dei sentimenti dell’adulto, strettamente dipendenti dal ruolo della corteccia prefrontale, la struttura nervosa che più di ogni altra distingue il cervello umano da quello di altri primati. La corteccia prefrontale è responsabile delle funzioni esecutive, decisioni e pianificazioni al centro di ogni condotta umana. Ma oltre a essere la sede di funzioni superiori come il linguaggio, il ragionamento e la memoria di lavoro, la corteccia prefrontale controlla anche le nostre risposte emotive, ci consente di inibire i nostri impulsi, smorzare e padroneggiare le emozioni: risposte automatiche, di breve durata, che si accompagnano a specifiche reazioni somatiche. Sono infatti innanzitutto le sensazioni fisiche del nostro corpo, attraverso il sistema nervoso autonomo, che ci consentono di riconoscere la paura, la gioia, la sorpresa, la collera e via dicendo. Questi impulsi, per quanto violenti e coinvolgenti, possono essere controllati dall’adulto che non segue passivamente le sue pulsioni ma può tenere a freno la propria aggressività. È la corteccia prefrontale che ci permette di prendere tempo, di analizzare la situazione, riflettere, renderci conto che spesso la nostra reazione è eccessiva e di calmarci. 

LA CORTECCIA ORBITOFRONTALE

La capacità di padroneggiare le emozioni viene meno nei casi in cui la corteccia prefrontale è poco attiva, come indicano numerosi studi clinici effettuati su adulti violenti, ansiosi, facilmente preda della collera, aggressivi. Più in particolare, una parte della corteccia prefrontale, la corteccia orbitofrontale, situata al di sopra delle orbite oculari, è al centro delle reazioni emotive in quanto connessa con diverse aree del sistema limbico, sede primaria della nostra vita emotiva. La corteccia orbitofrontale è anche collegata alla corteccia somato-sensoriale – da cui dipendono le percezioni del nostro corpo e del mondo esterno – e al lobo temporale da cui scaturisce la valutazione della situazione ambientale e la percezione delle intenzioni. La corteccia orbito- frontale gioca quindi un ruolo primario nella vita affettiva, nell’empatia, nella regolazione delle emozioni: ma anche in tutti gli aspetti che riguardano le relazioni con gli altri, tant’è che il volume di questa area corticale è correlato con le competenze sociali. Tanto più voluminosa è la corteccia orbitofrontale, tanto più sono espanse queste competenze. Quest’area è anche molto sensibile ai segnali che provengono dallo sguardo, essenziali per valutare le emozioni degli altri. Secondo alcuni psicologi cognitivi, la presenza di neuroni specchio – neuroni che si attivano nel cervello di chi osserva il comportamento altrui – potrebbe far sì che le aree orbitofrontali di due persone si connettano virtualmente e che le emozioni dell’altro influenzino le nostre reazioni, si tratti di empatia, aggressività, paura o altro. (CONTINUA SULLA RIVISTA...)

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Questo testo è tratto dall'articolo di Alberto Oliverio
presente nel numero 249 della rivista.
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