Le differenze tra uomini e donne

Al di là degli sterotipi di genere

Studiose e movimenti femministi, contestando le diseguaglianze sociali tra donne e uomini, si sono pure interrogati sulle differenze d’ordine psicologico tra i due generi.

Studiose e movimenti femministi, contestando le diseguaglianze sociali tra donne e uomini, si sono pure interrogati sulle differenze d’ordine psicologico tra i due generi. Non di rado le hanno messe in dubbio per timore che significassero una riconferma dei tradizionali motivi di subordinazione delle donne. Teorici e movimenti LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender), poi, per poter legittimare l’omosessualità, hanno ripercorso il tema delle differenze di genere, cioè dei diversi caratteri psico-comportamentali femminili e maschili, mostrando che propriamente non ricalcano le differenze sessuali.

Differenze tra uomini e donne

Ma gli argomenti addotti appaiono pregiudicati dall’esigenza di mostrare che la relazione erotica può prescindere dal sesso biologico (che di per sé predisporrebbe all’incontro di individui di sesso diverso). Non a caso tra i teorici LGBT si enfatizzano gli aspetti androgini dell’essere umano, cioè la presenza in ciascuno di caratteri pure dell’altro sesso, con il risultato di rendere alquanto fluide le differenze di genere.

Occorre pertanto affrontare a monte, sia nel caso del femminismo sia dei movimenti LGBT, la questione delle effettive differenze psicologiche tra donne e uomini, evitando il più possibile di ricadere in soluzioni preorientate.

TRATTI DI GENERE

La psicologia empirica, occupandosi delle differenze tra donna e uomo, rifugge dal ricercare una “essenza” del femminile e una del maschile. In ciò si diversifica dalla psicologia analitica di Jung, che identificava le due essenze di donna e uomo rispettivamente con l’anima e l’animus, mentre Freud non riusciva adistricarsi dalla questione “Che cosa vuole la donna?”, perché “la” donna, a ben vedere, non esiste. La ricerca empirica ragiona per lo più in termini di tratti che si combinano variamente nella psiche dei singoli, a volte in maniera coerente, altre volte disorganica. Possiamo dunque pensare a due classi di tratti psico-comportamentali, nettamente e stabilmente separati in funzione del sesso di appartenenza? Possiamo parlare di differenze nelle abilità e prestazioni cognitive e affettive, tali da qualificare stabilmente i due generi in senso differente? 

Ad oggi alcune differenze psico-comportamentali sono abbastanza evidenti; ma quale poi sia la loro matrice, se correlata alle differenze corporee o invece all’educazione e alla cultura, è questione oggetto di vivaci diatribe. Si va da posizioni costruzioniste e post-strutturaliste, caratterizzate da un radicale sociologismo, su cui la letteratura è ormai ingente, a posizioni decisamente biologiste, oggi minoritarie, che fanno dipendere dai processi ormonali una quantità di differenze comportamentali (Brizandine, 2006). Ma volendo tener ferma una più comprensiva visione bio-psico-sociale dell’essere umano, occorre superare tanto il biologismo quanto il sociologismo.

A ben vedere, fra l’estremo di abilità e comportamenti strettamente espressivi del corpo sessuato, dunque permanenti almeno nei tempi storici, e l’estremo opposto di abilità e comportamenti meramente espressivi di società e culture, dunque facilmente cangianti (quali per esempio l’accesso alle varie attività lavorative), vi è un’ampia area intermedia. In essa il confine fra natura e società è alquanto mobile, in funzione di due elementi: il diverso contesto storico-culturale e, curiosamente, la variazione dei paradigmi abbracciati dai ricercatori.

DIFFERENZE IN CRISI

Quanto al primo elemento, nel nostro contesto storico-culturale notiamo che ciò che dei tratti psico-comportamentali differenziali sembrava stabilmente attribuibile “per lo più” a un genere o all’altro – in base a considerazioni fondate in definitiva sulle differenze anatomo-fisiologiche – appare oggi, alla luce dei cambiamenti sociali degli ultimi decenni, sempre meno un “per lo più”.

Che le differenze diminuiscano specie dal lato delle donne è quanto attestano empiricamente le scale M-F (maschilità vs femminilità): negli appositi test somministrati in tempi diversi si rileva quanto le donne abbiano aumentato i punteggi di maschilità. Sotto questo aspetto, il maschile risulta ancora, in complesso, maggiormente apprezzato; a controprova, quasi nessun uomo aspira a fare “il” colf o il baby sitter. Se sono di ordine culturale le ragioni prossime dell’assottigliamento della classe di abilità e comportamenti specificamente attribuibili a ciascun sesso, le ragioni remote, cioè le condizioni di possibilità, vanno ricercate nella psiche dei singoli

Ogni individuo può assumere dalla figura genitoriale dell’altro sesso significativi tratti comportamentali, fino a interpretare sensibilità e ruoli tipici dell’altro genere: “il mammo”, per esempio, cioè il papà che svolge funzioni “da donna” nella famiglia, è una figura crescente nella nostra società. Opportunità o costrizioni sociali si coniugano con tratti di personalità individuali.

Il secondo elemento dello spostamento di confine tra il naturale – biologico o psicologico che sia – e il sociale dipende da cambiamenti di impostazione intervenuti nelle ricerche volte a comparare donne e uomini. Fino a qualche decennio fa la Psicologia della personalità e delle differenze individuali, per stare all’etichetta accademica, insisteva sull’oggettiva differenza di prestazioni medie tra donne e uomini nei test volti a verificare le abilità cognitive, affettive e motorie: le differenze apparivano in non molte funzioni, ma comunque significative, stando alla sintesi di Maccoby e Jacklin (1974).

Tuttavia presto, anche dietro l’influsso della psicologia sociale, si è levata l’obiezione di una certa acontestualità di quelle ricerche: partivano dal presupposto che esistano stabili e fissi caratteri di tipo femminile e di tipo maschile, senza considerare quanto concorrano, già nel definire ciò che è femminile e ciò che è maschile, gli stereotipi culturali. I quali influenzano non solo le valutazioni della gente comune, ma pure la classificazione dei vari tratti, come femminili o maschili, operata dai ricercatori (Burr, 1998). Inoltre non si terrebbe abbastanza conto di quanto nei differenti risultati ai test possa aver pesato il percorso educativo pregresso, che spesso già differenzia tra i generi.

QUALI DIFFERENZE SONO RIMASTE?

Dopo decenni di discussioni, ciò che sembra rimasto di differenza statisticamente significativa, scarsamente influenzata dall’educazione, è per le donne la superiorità, in media, nelle abilità linguistico-verbali (anche se talora contestata) e altresì nella comunicazione non verbale specie a tonalità emotiva; per gli uomini la superiorità in compiti visuo-spaziali, come l’orientamento e la rotazione mentale di oggetti. Ancora: nelle donne maggiore attitudine all’immedesimazione empatica e alla relazione affettiva (communion), inoltre una maggiore motilità manuale fine e rapida; negli uomini la maggior propensione al comportamento intraprendente (agency) e all’aggressività fisica, nonché le maggiori abilità motorie nel colpire oggetti. Peraltro, alcune di queste differenze sono più marcate in età giovanile e si attenuano delle età successive.

Per spiegare queste differenze psicologiche si sono ipotizzati collegamenti con la diversa dotazione ormonale: il testosterone sembra correlare con le abilità visuo-spaziali, oltre che con l’aggressività. Seguendo, poi, suggestioni provenienti dalle correnti sociobiologiche, se le suddette differenze hanno un senso collegabile alle diverse funzioni nella riproduzione, lo hanno in chiave filogenetica. Nelle centinaia di migliaia di anni in cui il breve arco di vita delle donne era occupato da un susseguirsi di gravidanze e allattamenti e quello degli uomini dalla caccia e dalla guerra, si sono selezionate le abilità favorevoli alla sopravvivenza della specie. 

Queste erano, per gli uomini, orientamento nello spazio e aggressività fisica, utili alla caccia e alla guerra; per le donne, linguaggio verbale e comunicazione non verbale, capacità empatiche e manualità fine, utili alla cura dei piccoli. Pure il maggior valore che in genere le donne attribuiscono alla dimensione affettiva nel rapporto con l’altro sesso, rispetto a quella fisica, è leggibile in chiave filogenetica: la vulnerabilità in fase di gravidanza e di puerperio, specie in epoche passate, richiede protezione e continuità della relazione con il partner.

Altre differenze, come il luogo comune che le donne sarebbero meno portate alla matematica e alle materie tecnico-meccaniche, sono state ridimensionate dalle ricerche successive e da nuove prassi. Anzi, secondo vari studi, le donne in media prevalgono nei test di calcolo numerico, poiché vi intervengono meno strategie implicanti abilità visuo-spaziali. Resta l’enigma del perché gli adolescenti superdotati in matematica siano quasi sempre maschi, a parità di educazione scolastica. Comunque, laddove si rilevano differenze a favore dei maschi, non va trascurato il peso delle discriminazioni sociali negli sbocchi professionali prevedibili e prima ancora l’effetto “performativo” degli stereotipi. Questi, infatti, fanno sì che genitori e insegnanti si attendano certe prestazioni dalle femmine e altre dai maschi, dando così luogo al ricorrente fenomeno delle profezie auto-avverantisi.

CONCLUSIONI

Alla luce degli studi empirici in psicologia, l’insieme di tratti psico-comportamentali tipici di ciascun sesso appare oggi meno ampio che in passato, ma non nullo. Inoltre, il medesimo insieme appare meno stabile, dacché tratti ritenuti prerogativa di un sesso si ritrovano pure in persone dell’altro sesso. Del resto pochi tratti differenziali di ordine cognitivo e affettivo sono agganciabili alle differenze corporee e di funzioni riproduttive. Né va trascurato il ruolo esercitato dagli stereotipi di genere sulle prestazioni del singolo, nonché sulla percezione delle prestazioni di persone dell’altro sesso.

Tutto ciò, però, di per sé non pregiudica il valore e dunque la legittimità di differenze culturalmente costruite. Occorre a tal fine rivedere i preconcetti di area femminista, derivanti dall’identificazione – erroneamente ritenuta intrinseca anziché storicamente determinata – tra eterosessualità e maschilismo patriarcale (imputato come causa della discriminazione): le differenze non significano di per sé disuguaglianze e neppure discriminazioni.

Piuttosto sarebbe opportuno ricuperare, mutatis mutandis, talune indicazioni sul senso delle differenze, elaborate dalla sociologia di scuola funzionalista. Le differenze infatti, innate o acquisite che siano purché risultino complementari, sono utili alla stabilità dei gruppi sociali. Allo stesso tempo ogni motivo di discriminazione, pretestuosamente suggerito dalle differenze, è esorcizzabile a condizione che le diverse doti siano apprezzate come aventi pari valore e che, inoltre, siano praticate dagli individui secondo le proprie inclinazioni, cioè fuori da stereotipi ingabbianti secondo il sesso di appartenenza. La cultura per varie ragioni potrebbe ancora e sempre premiare le differenze, purché esercitate nella libertà dei singoli, in vista di un cammino di arricchente integrazione delle diversità.

Questo testo è tratto dall'articolo di Mauro Fornaro
presente nel numero 256 della rivista.
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