La voglia di libertà nei pazienti fobici

Negli individui fobici, paura, fragilità, costruzione nel mondo come pericoloso rappresentano solo una faccia della medaglia. La loro vita, infatti, si muove acrobaticamente fra ricerca di protezione e anelito all’autonomia.

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Non cercherò certo di negare che la paura domini la vita dei pazienti fobici. Sebbene frequente anche in altri disturbi, il panico caratterizza tutti i disturbi dello spettro fobico. Soprattutto agli esordi della sintomatologia, palpitazioni, sudorazione, sensazioni di soffocamento, vampate di calore, dolore al petto irrompono improvvisamente con tale forza che il paziente finisce spesso al Pronto Soccorso.

Nelle agorafobie prevale la paura verso gli spazi aperti, come l’etimologia della parola suggerisce. Essere fuori casa da soli, in balia di se stessi, attraversare strade, piazze senza la compagnia di una persona affidabile può scatenare il panico. Ma anche trovarsi tra la folla, o viaggiare su mezzi dove non è possibile trovare vie di fuga può essere atterrente. Che ne sarà di me, pensa il paziente, se mi sento male su un treno ad alta velocità?

Nelle claustrofobie a scatenare il panico sono i luoghi chiusi o angusti, come gli ascensori e naturalmente strutture a tunnel come quelle utilizzate per la risonanza magnetica o viaggi aerei. Un mio paziente che, credendo di essere ormai guarito, accompagnò la moglie nel caveau di una banca a prendere i gioielli lasciati in custodia fu colto da un attacco di panico non appena l’impiegato, come di consueto, sbarrò una di quelle pesanti porte di ferro tipiche dei forzieri sotterranei delle banche, per lasciarli soli ad aprire la loro cassetta di sicurezza.

Altrettanto innegabile è che i pazienti fobici abbiano una percezione del mondo come pericoloso e di se stessi come fragili. Nessuno più dei pazienti fobici ha la consapevolezza dei possibili pericoli a cui si è esposti, nessuno più di loro avverte la fragilità della condizione umana. Per questo mantengono spesso una relazione stretta con un genitore anche in età adulta e difficilmente lasciano un coniuge sentimentalmente e sessualmente poco gratificante, se capace di garantire sicurezza emozionale ed economica. Anche il barista sotto casa e l’edicolante, con i quali amabilmente scambiano qualche battuta ogni giorno, rappresentano punti di ancoraggio da non trascurare: si può sempre avere bisogno di loro.

Questo quadro, per quanto veritiero, coglie soltanto una faccia della medaglia. I pazienti fobici, alla stessa stregua delle sorelle Ursula e Gudrun Brangwen, le protagoniste femminili di Donne innamorate di H. D. Lawrence, pur sentendosi sempre sull’orlo di un baratro pauroso, desiderano ardentemente saltare oltre il perimetro di un dentro costruito come limitante, per esplorare ciò che sta fuori, liberandosi da ancoraggi e nicchie protettive. (...)

Questo articolo è di Valeria Ugazio ed è presente nel numero 266 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto