La pratica del coaching nell'era dello stress

Si ha stress quando l’individuo, negli scambi con l’ambiente, sente che il contesto va al di là delle sue risorse e rischia di compromettere il suo equilibrio. 

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Nel 1936 Hans Selye, un giovane medico austriaco, stava conducendo alcuni esperimenti nel suo laboratorio di Montréal durante i quali doveva iniettare nei topi liquidi di natura diversa. Le osservazioni relative alle reazioni fisiologiche degli animali lo portarono, in maniera del tutto indipendente dagli scopi originari della ricerca, a elaborare una teoria denominata “sindrome generale da adattamento”.

Quando decise di definire, sinteticamente, l’insieme di questi fenomeni con un termine fino ad allora utilizzato nello studio dei metalli – “stress” – non avrebbe mai potuto immaginare di aver coniato un concetto che nel giro di pochi anni sarebbe diventato l’emblema di un’epoca. Un’epoca magistralmente rappresentata da una pellicola che uscì nelle sale cinematografiche in quello stesso 1936, Tempi moderni, nella quale il genio di Charlie Chaplin metteva in scena uno Charlot incapace di resistere ai ritmi della macchina nella catena di montaggio, fino ad essere risucchiato dai suoi ingranaggi.

Gli studi di Selye ebbero nel giro di pochi anni una grande risonanza; l’importanza del suo lavoro risiede nell’aver portato l’attenzione della ricerca sulla risposta adattiva di un organismo sottoposto all’influenza di fattori esterni.

Interessante, da questo punto di vista, la definizione che di “stress” danno Lazarus e Folkman (1984): «Lo stress è una transazione tra la persona e l’ambiente, nella quale la situazione è valutata dall’individuo come eccedente le proprie risorse e tale da mettere in pericolo il suo benessere». 

Le condizioni lavorative odierne sono molto diverse dalla rappresentazione cinematografica di Chaplin in Tempi moderni, le normative sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori, almeno nei Paesi più avanzati, hanno decisamente migliorato la situazione. Il lavoro rimane comunque la fonte più importante di stress, ma le cause si sono spostate da un malessere determinato prevalentemente dal logoramento fisico a quello generato da tensioni accumulate nelle relazioni sociali.

È importante aggiungere, tuttavia, che non è possibile stabilire un criterio oggettivo per valutare il potenziale “stressante” di un certo stimolo ambientale. L’accento posto in questa direzione nei lavori di Lazarus e Folkman, sulla valutazione soggettiva dell’individuo, trova piena concordanza con le intuizioni pioneristiche di Selye, che spiegava: «Così, si può senz’altro affermare che lo stress non dipende tanto da ciò che facciamo o da ciò che ci accade, quanto dal modo in cui lo interpretiamo».

Ed è proprio su questa affermazione che è necessario soffermarsi, poiché in essa è possibile individuare sia l’origine del problema che le possibili soluzioni. Il concetto di stress, infatti, è così connaturato con le abitudini e i ritmi del nostro tempo da sembrarci del tutto normale, e questa apparente normalità ci pone nella condizione del pesce che non si interroga sull’acqua in cui nuota. 

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Questo articolo è di Diego Ingrassia, Massimo Berlingozzi ed è presente nel numero 269 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto