La minaccia indotta dallo stereotipo

Ciascuno di noi può essere vittima della sua appartenenza sociale, legata al genere, all’età, al colore della pelle, alla professione ecc. Ebbene, basta percepire che i membri del proprio gruppo sono considerati avere abilità ridotte, per avvertire una sensazione di minaccia e accusare un calo nella prestazione.

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Sebbene appartenere a un gruppo sociale stigmatizzato offra dei chiari vantaggi all’individuo – si pensi, per esempio, alla possibilità di proteggere l’autostima attribuendo al pregiudizio altrui le valutazioni negative ricevute –, è innegabile che tale appartenenza porti con sé una serie di spiacevoli conseguenze psicologiche. Già vent’anni fa un gruppo di ricercatori americani iniziò a indagare in maniera sistematica le implicazioni del sentirsi addosso il peso di un’etichetta, mostrando che l’atto di rendere saliente uno stereotipo negativo di gruppo provoca, in chi ne fa parte, non solo il timore di confermare il contenuto dello stereotipo stesso, ma anche, nella maggioranza dei casi, il puntuale verificarsi di quanto paventato (Steele e Aronson, 1995).

Con “rendere saliente uno stereotipo” intendiamo l’atto di richiamare, in una data situazione, l’esistenza di un certo stereotipo. Essere a conoscenza dello stereotipo, per esempio, secondo cui i genovesi sono avari non avrà, su di loro, particolare influenza a meno che in un preciso contesto questo stereotipo non venga chiamato in causa – non necessariamente in maniera esplicita. Insomma, un autentico fardello, potremmo dire, che è costretto a portare persino chi dovesse considerare poco veritiera o del tutto infondata quella credenza sociale. (...)

Questo testo è tratto dall'articolo di Philip Zimbardo, Piero Bocchiaro
presente nel numero 263 della rivista.
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