La dipendenza dalle tecnologie

Quali sono i segnali che attestano una dipendenza dai media tecnologici? e quanto è consapevole l’utente di sacrificare parte della sua esistenza alla dimensione online?

La-dipendenza-dalle-tecnologie.png

I dati disponibili evidenziano chiaramente come il tempo passato online continui ad aumentare. Secondo la società ComScore ciascun italiano trascorre in media ogni mese 72 ore online, più di due ore al giorno, con differenze significative per età e sesso. I più connessi sono i giovani tra i 18 e i 24 anni, che superano le 3 ore al giorno, mentre oltre i 35 anni non si superano le 2 ore. Le donne maggiorenni, inoltre, con 78 ore medie al mese sono connesse più a lungo degli uomini maggiorenni (66 ore al mese). E la tendenza è quella di un ulteriore aumento: il tempo passato online è aumentato del 10% nell’ultimo anno e del 50% negli ultimi quattro. 

Che cosa implicano questi numeri? Come sottolinea Brent Coker, ricercatore dell’Università di Melbourne, se un uso moderato delle nuove tecnologie – al massimo 2-3 ore al giorno – può portare a un aumento di produttività, superare significativamente questa soglia può nascondere una vera e propria dipendenza, con impatti significativi sulla produttività individuale e sulla dimensione relazionale.

Ma perché passiamo sempre più tempo online? Da una parte, come abbiamo visto in numeri precedenti di questa rivista, la maggior parte dei giovanissimi, se può scegliere, preferisce comunicare online piuttosto che faccia a faccia. Dall’altra parte, le stesse società tecnologiche hanno sviluppato tecniche sempre più sofisticate per evitare che i propri utenti tornino offline. Come ha dichiarato all’ANSA Sean Parker, già presidente di Facebook, i social media sono stati costruiti per «approfittare delle vulnerabilità della psicologia umana con un meccanismo che crea dipendenza come una droga. Ormai abbiamo tutti bisogno di quella piccola scarica di dopamina provocata dal “mi piace” o dai commenti su una foto che postiamo, è un “feedback loop” di validazione sociale».

Per diversi analisti e il suo stesso ex presidente, Facebook ha studiato i meccanismi legati alla dipendenza e li ha utilizzati nella creazione della propria esperienza d’uso con l’obiettivo di mantenere i propri utenti il più possibile all’interno della piattaforma. Una delle società americane che si occupano esplicitamente di questi meccanismi è Boundless Mind. Scrive la società sul proprio sito: «Entrate e viralità dipendono dal coinvolgimento e dalla fidelizzazione. Diventare l’abitudine di un utente è necessario per la sopravvivenza di un’applicazione. Fortunatamente, le abitudini sono programmabili: facciamo ciò per cui siamo rinforzati. Ciò che ci delizia. Ottenere il rinforzo giusto non è fortuna, è scienza. Neuroscienze, in particolare». In pratica, questa società aiuta le aziende che sviluppano app a rendere dipendenti i propri utenti per guadagnare di più.

Premium

Vuoi leggere la versione completa dell’articolo?

Accedi al sito se hai già un abbonamento alla rivista oppure personalizza il tuo piano e abbonati subito.

Accedi

Questo articolo è di Giuseppe Riva ed è presente nel numero 273 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto