La costruzione dell'identità dell'adolescente tra amore e odio

In particolare per gli adolescenti, in fase di strutturazione della loro personalità, capire e comunicare cosa si ama e cosa si odia è un modo per fare risaltare la propria identità rispetto al mondo 

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Uno dei principali fattori di benessere psicologico è il senso di identità: se questo non è ben strutturato, ogni evento, scelta, relazione della nostra vita saranno più difficili, più sollecitanti, e saremo costantemente esposti al rischio di sofferenze, eventualmente anche di natura psicopatologica. Ma cosa si intende per “senso di identità”, e perché si tratta di un elemento così importante per la vita e la salute psichica?

L’identità: cos’è e perché è importante

Il concetto di identità rimanda alla coscienza della nostra esistenza e persistenza nel tempo, che permette di definirci come soggetti in un contesto con il quale intratteniamo relazioni e nel quale ricopriamo ruoli riconosciuti e relativamente stabili, pur nel mutare di condizioni interne ed esterne. Si tratta di poter disporre di un chiaro confine tra noi e gli altri che permetta di percepire con precisione cosa stia all’interno di questo confine (ciò che ci appartiene) e cosa invece collocare all’esterno, in quanto appartenente all’altro da noi. È dunque sul senso di identità che poggia la possibilità di intrattenere relazioni con il mondo esterno, riconosciuto in quanto tale e distinto da noi.

Com’è stato illustrato da Erikson nei suoi studi, divenuti classici, il senso di identità permette di attraversare i cambiamenti della vita con una percezione di continuità personale: possiamo vivere emozioni, relazioni e situazioni molto diverse senza perdere la nozione della nostra persistenza, la nostra stabilità e il senso di permanenza della nostra soggettività. In altre parole, si tratta di sapere chi siamo e di non perderci, non solo sul piano geografico, anagrafico e cognitivo, ma soprattutto su quello affettivo, che si esprime attraverso le nostre personalissime e mutevoli emozioni, di cui non necessariamente siamo pienamente consapevoli nel momento in cui le proviamo. Nelle prime fasi della nostra vita, esse sono esperite in modo non distinguibile da elementi estranei al sé e sono espresse attraverso azioni non controllabili, secondo un principio di azione-reazione: per esempio, il neonato si spaventa per un forte rumore e scoppia a piangere, senza avere la consapevolezza di quanto sta accadendo.

La possibilità di integrare consapevolmente le emozioni si basa su un complesso percorso maturativo reso possibile dal contenimento e dal rispecchiamento da parte di un ambiente sufficientemente adeguato e sintonico: interiorizziamo e facciamo nostre tali funzioni inizialmente erogate dall’ambiente, ossia impariamo a conoscere il nostro mondo emotivo sulla base delle risposte che l’ambiente dà alle nostre espressioni emotive inizialmente inconsapevoli. È così che le nostre reazioni emotive vengono progressivamente ad acquisire un significato consapevole che costituisce il nucleo della nostra soggettività e identità. Questa si costruisce nel continuo gioco di rimandi tra espressione/sperimentazione di sé e ritorni di senso e di valore forniti dall’ambiente: il tipo di significato che verrà offerto dall’ambiente alle nostre espressioni influenzerà in maniera importante le sue risposte, e con esse il nostro senso di noi stessi e la nostra identità.

 

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Questo articolo è di Elena Buday ed è presente nel numero 272 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto