Inventarsi creativi

Il mito del “genio” che nasce tale e che nell’arte, nella scienza o nella tecnica raccoglie successi per folgorazione è smentito dalle biografie di molti grandi ingegni. Ove si nota come il requisito primario sia piuttosto la perseveranza nello studio e nelle sperimentazioni.

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Uno degli argomenti più affascinanti degli studi psicologici è senza dubbio quello relativo alla creatività, ovvero la capacità di inventare andando oltre i limiti della conoscenza ordinaria. Prerogativa, questa, delle persone “geniali”, il più delle volte considerata un dono naturale impossibile da costruire, per cui geni si nasce e non si diventa.

Ma se questo può essere vero per Archimede o Leonardo da Vinci, così non è per molti altri grandi inventori, scienziati che hanno coltivato i loro talenti non geniali conducendoli, tramite un costante esercizio, oltre i limiti della normalità intellettiva e, grazie a ciò, sono stati in grado di realizzare grandi opere, scoperte straordinarie e invenzioni meravigliose.

Per esempio, Einstein effettuò le sue geniali teorie attraverso laboriosi calcoli e non per una folgorante intuizione, così come Fleming scoprì la penicillina per caso durante le sue prolungate ricerche, o ancora Edison riuscì a realizzare la lampadina dopo più di duemila esperimenti falliti.

Pertanto, l’atto di genio può essere, al di là del pensare basato sul senso comune, il frutto di un laborioso e perseverante esercizio di pensieri e azioni che elevano al di là dei limiti dell’intelligenza normale e della limitata creatività comune.

Di fatto, lo studio sistematico di come i grandi innovatori hanno creato le loro opere nelle scienze, nell’arte o nella tecnologia conduce a svelare alcune ricorrenti caratteristiche della creatività e dell’inventività.

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Questo articolo è di Giorgio Nardone ed è presente nel numero 267 della rivista. Consulta la pagina dedicata alla rivista per trovare gli altri articoli presenti in questo numero. Clicca qui per leggerlo tutto