Il suicidio di Lavagna: il commento dello psicologo

La drammatica vicenda di Lavagna ha fatto irruzione nella nostra vita, facendo sperimentare ad ognuno di noi sentimenti intensi e tentativi di dare un senso a quanto accaduto.

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Vicende private che diventano pubbliche, come avviene ormai da anni, nell’epoca dei mass media e nella ripetizione delle riprese video promossa da internet. La morte volontaria di un adolescente è un avvenimento doloroso, un oltraggio alla vita che non è mai possibile comprendere appieno. Tuttavia, l’esperienza clinica con gli adolescenti e i loro genitori ci ha permesso di scoprire che talvolta la scelta di morire nasce e si sviluppa nella mente dei ragazzi come una possibile soluzione. Il pervasivo sentimento di vergogna, la percezione di trovarsi di fronte ad un ostacolo insormontabile, l’impossibilità di rappresentarsi un futuro possibile spingono a ricercare strade per lenire un dolore travolgente e l’azione violenta della sparizione è purtroppo una di quelle percorribili.

Come ho avuto modo di scrivere anche in un articolo che uscirà nel prossimo numero di Psicologia Contemporanea, gli adolescenti odierni sono abitati da sofferenze di stampo narcisistico, esposti al rischio di sentirsi sconfitti nella battaglia tra gli ideali che vorrebbero raggiungere e una realtà quotidiana difficile da conquistare, tra la pretesa di riconoscimento e quello che gli altri realisticamente offrono come sguardo di ritorno. La sofferenza adolescenziale è oggi abitata prevalentemente da sentimenti di vergogna, da sensazioni di inadeguatezza e di impresentabilità, determinati da un Ideale dell’io particolarmente esigente. Meno conflitto e trasgressione rispetto al passato, più attacchi al corpo e al Sé nascente. Meno disagi e patologie della colpa, più forme manifeste di vergogna, come testimoniato in maniera eclatante dall’aumento di casi di ritiro sociale.

Gli adolescenti odierni sono fragili narcisisticamente e anche il consumo di sostanze ha perso da tempo i connotati di un gesto trasgressivo, oppositivo e di contestazione, caratterizzandosi sempre di più come anestetico e antidolorifico della noia e della tristezza.  Il ruolo dello psicologo e dello psicoterapeuta è quello di aiutare l’adolescente e i suoi genitori a comprendere il significato profondo della crisi evolutiva, di raggiungere l’adolescente là dove è, di saper cogliere nel sintomo il segnale del disagio dell’adolescente e contemporaneamente il suo disperato tentativo di provare a risolvere un conflitto psichico molto doloroso.